La Fiera Vesuviana di San Gennaro

mag 29, 2015 - Di

LA FIERA VESUVIANA DI SAN GENNARO

RIFERIMENTI STORICO-BIBLIOGRAFICI

400 anni di Fiera Vesuviana

La Fiera Vesuviana di San Gennaro è una istituzione storica ed è patrimonio culturale delle popolazioni dell’area vesuviana, è organizzata dal Comune di San Gennaro Vesuviano tramite apposito Comitato nominato dal Consiglio Comunale.

La Fiera si tiene interrottamente dal 16131, quando venne fondata dal Marchese Scipione Pignatelli, signore di Palma e Lauro, trasformando in Fiera la festa in onore di San Gennaro che da lungo tempo si celebrava con grande concorso di popolo, davanti alla Chiesa Sant’Januarius in Silva di origine medievale2.

Grazie ai Frati Minori che la propagandavano tra le popolazioni dell’Agro Nolano, Vesuviano e Sarnese ed offrivano ospitalità ai venditori ed ai visitatori, la Fiera di San Gennaro ebbe grande risonanza e fu subito considerata un appuntamento importante per le popolazioni e per artigiani e mercanti da essere citata come esempio di organizzazione già nel XVII secolo3. Ebbe una propria sede stabile sui 20 moggi di terreno (80.000 mq.) donati dal Fondatore ai Frati4 per organizzare la Fiera, e per tutelare quello spiazzo da usurpazioni furono disputate controversie nei secoli XVII, XVIII e XIX.5

Fu resa Fiera Franca6, libera da gabelle e da dazi, ebbe propria amministrazione col Catapano (Maestro Giurato di Fiera investito dall’autorità feudale) che disponeva di propri gendarmi, di luoghi di pena, amministrava la giustizia per reati compiuti durante la fiera e per fatti di fiera, assegnava gli spazi, concedeva lasciapassare, gestiva le carceri7. Le Fiere Franche furono regolate da otto Prammatiche dal 1575 al 1738 le quali, pur emanate in particolare circostanze, costituirono giurisprudenza per tutte ed in base ad esse furono organizzate le manifestazioni di tal natura, compresa quella di San Gennaro, a cominciare dalla trasut’ ‘e Fera del giorno 17, per passare alla Fera Forte del 18, fino alla Fera Chiena del 19 per terminare infine colla Fera fora della serata del 19 (ma tradizione e letteratura aggiungevano di buon grado il detto: tanno se po’ dicere che a fera è fernuta quanno ‘e zingari se ne so ghiuti8) e alle altre istituzioni connesse che si riscontrano nelle norme contenute nelle Prammatiche emanate dalle massime istituzioni del Vicereame e poi dalla prima metà del settecento dal nuovo sovrano del Regno delle Sicilie9.

Non mancano episodi eclatanti nella sua storia come quello relativo al Principe di Ottajano don Giuseppe I de’ Medici che si macchiò di gravi soprusi proprio nella Fiera Vesuviana; quello stesso che, ironia della sorte, nel 1698 ricoprì l’incarico di Reggente della Gran Corte della Vicarìa10 per ordine del Viceré Medinaceli11.

Quando poi, in epoca Napoleonica, e precisamente con Decreto n. 218 del 25 ottobre 1806, da Giuseppe Napoleone fu abolita la giurisdizione del Maestro Giurato di Fiera, tutte le sue competenze e funzioni giudiziarie e di polizia furono trasferite ed esercitate dalle autorità preposte ai vari settori della pubblica amministrazione, con l’osservanza dei principi della separazione tra amministrazione attiva e funzione giurisdizionale, introdotto per la prima volta in Italia proprio dai sovrani napoleonidi. I proventi della Fiera furono riscossi per conto del Tesoro Statale e la indizione annuale della Fiera fu operata direttamente dalla Intendenza di Caserta nel cui territorio ricadeva il territorio del Piano di Palma e l’intero Distretto di Nola. Agli antichi possessori fu riconosciuto un equo indennizzo. Poi le competenze suddette furono trasferite al Comune di Palma Nolana in cui il Quartiere di San Gennaro era compreso. All’atto della concessione dell’Autonomia da parte di Ferdinando II di Borbone, nel 1841, i proventi della Fiera costituirono la principale risorsa finanziaria del neonato Comune.

La Fiera Vesuviana di San Gennaro è stata, nei secoli, il più importante momento di scambio commerciale nell’area interna del Vesuvio, tanto che non poterono sorgere altre istituzioni fieristiche che potessero danneggiarla12. Altre manifestazioni pur debitamente autorizzate o non furono mai veramente realizzate o ebbero vita effimera13.

La fiera fu anche occasione di riscatto del popolo contro le prepotenze del sistema feudale. Memorabile rimane “La rivolta delle scale” del 1807. Dopo l’abolizione del regime feudale, avvenuta nel 1806 per volontà del re Giuseppe Napoleone, ancora il signore della Terra volle continuare ad esigere tramite suoi scherani le gabelle sulla vendita delle scale che in gran copia si vendevano nella Fiera, provenienti dal più importante luogo di produzione, dove si lavorava un intero anno per rifornire la Fiera, Spiano nello Stato di Sanseverino (attuale frazione del Comune di Mercato S. Severino in prov. di Salerno). Quell’anno, stando alla testimonianza del cassiere ducale, il quale si avvaleva dei controllori chiamati a sottoscrivere apposita dichiarazione davanti al notaio, dichiarò che erano giunti ben 96 carri di scale ai quali si applicò l’imposta feudale. Allora il popolo l’anno seguente, il 1807, organizzò la Fiera in altro luogo pubblico, con grande rammarico del signore feudale e conseguente sua denuncia davanti al tribunale della Summaria per vedersi risarcito. Ma la giustizia bocciò le pretese ed ordinò che nessuna tassa era dovuta per la vendita delle scale né altri tipi di antiche gabelle potessero più essere esatte dall’ex signore della Terra14.

Né la Fiera ebbe mai soluzione di continuità, anche in difficili passaggi della storia. Si pensi che nel 1799, nel periodo immediatamente seguente alla sconfitta della Repubblica Napoletana, mentre il territorio era sconvolto da spostamenti di truppe, da arresti, da tumulti, sequestri di beni, mentre il concittadino Vincenzo Russo è agli arresti nella Vicaria, in attesa dell’esecuzione della condanna a morte, “si svolge regolarmente per tre giorni la Fiera Vesuviana di S. Gennaro, sotto il controllo del tenente Errico Mascia, comandante della Truppa in Massa di Palma. Il Mascia con 40 soldati, ne assicura il regolare svolgimento, impedendo furti ed assicurando la quiete del popolo”15. Né le drammatiche vicende dell’otto settembre 1943, furono di impedimento alla realizzazione della annuale Fiera, che si svolse in forma ridotta e nei portoni adiacenti alla piazza, per paura di rappresaglie da parte dei militari tedeschi che occupavano il territorio e si apprestavano a precipitosa ritirata facendo terra bruciata, lasciando devastazioni e distruzioni davanti all’avanzata degli Angloamericani16.

Per tutto il XX secolo la Fiera ha continuato a svolgere il suo ruolo di occasione di scambio e di vetrina della produzione vesuviana, solo da cinque lustri è stata delocalizzata dal tradizionale Campo della Fiera, trasformato in Piazza con giardino, ormai diventato insufficiente e inadeguato ad ospitare in sicurezza una moderna rassegna ricca di tradizioni e di prodotti esclusivi che conta diverse centinaia di espositori ed è spontaneamente visitata da più centinaia di migliaia di visitatori, anche perché conserva tuttora la caratteristica di essere libera da gabelle come il biglietto d’ingresso. La nuova sede della Fiera Vesuviana dal 1988 è costituita dall’area dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore “Caravaggio” che mette a disposizione della più antica e storica Fiera della Regione i suoi spazi e le sue attrezzature. I Comuni del Comprensorio hanno riconosciuto il ruolo che la Fiera ha svolto nel tempo ed hanno sottoscritto un protocollo che li impegna a ricercare i modi di collaborazione per una maggiore tutela del patrimonio culturale comune; in particolare hanno riconosciuto che la Fiera Vesuviana è istituzione storica ed è patrimonio culturale ed economico delle popolazioni dell’Area Vesuviana. Fu infatti sottoscritto l’11 settembre 2010 un protocollo d’intesa dai Comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Carbonara di Nola, Domicella, Liveri, Nola, Ottaviano, Palma Campania, Poggiomarino, San Paolo Belsito, San Giuseppe Vesuviano, San Vitaliano, Saviano, Scisciano, Somma Vesuviana, Striano, Terzigno e San Gennaro Vesuviano a cui si aggiunsero il 10 settembre 2011 i Comuni di Lauro, Marzano di Nola, Pago del Vallo di Lauro, Quindici, Taurano, tutti in Provincia di Avellino. Nella stessa data, davanti al Vescovo Nolano Arcivescovo Mons. Beniamino Depalma, anche il Presidente della Provincia di Napoli, come Ente di coordinamento delle politiche di crescita socio-economica e turistico-culturale, si impegnò a promuovere la Fiera Vesuviana quale strumento di sviluppo sostenibile delle tipicità ed eccellenze locali in campo agricolo, artigianale, commerciale, zootecnico e anche in quello culturale e turistico.

Prof. Aniello Giugliano

Note:

 Così scrive Michele Barra nel 1846: “Onde eseguire il voto del pio fondatore, girando per i paesi vicini richiamarono i venditori a stabilire in quello spiazzale un’annuale fiera che avesse luogo in occasione della festa di San Gennaro, sotto il cui titolo era stato fondato il Convento, e così richiamarono la civilizzazione e il commercio… I frati in occasione della Fiera percepivano una prestazione dai venditori che vi accorrevano e con tale mezzo supplivano alle spese di culto e pel soccorso ai poveri”.

2 – Archivio Diocesano di Nola – Fondo Sante Visite. – Visita Pastorale di Mons. Fabrizio Gallo del Maggio 1606.

- Isidoro Fusco Cronistoria (ms) pag. 46; Chiesa Parrocchiale di Quindici (AV).

3 C. Guadagno, Nola Sagra, 1688, (Edizione critica a cura di T.R. Toscano, giugno 1991, pagg.283,284). Testimonia che il Duca di Palma Don Niccolò di Bologna, detto il Vecchio, rese franca la bella fiera, introdotta intorno al Convento dei Frati Minori. Lo sviluppo della fiera fu favorito proprio dal privilegio di essere franca, cioè libera da gabella o passo, per cui in essa si poteva liberamente vendere qualsivoglia roba, animali, panni e merci.

Il Guadagno rimprovera altresì ai Nolani suoi contemporanei di non aver organizzato una simile Fiera intorno al complesso monumentale di Cimitile.

4 C. Caterino, Storia della Minoritica Provincia di San Pietro ad Aram, Napoli 1928, Vol. III, Documenti.

5 Nel 1708 c’era stata un’usurpazione di parte del largo destinato a Fiera, ma il Duca di Palma, dopo una perizia, ordinò di restituire il territorio occupato. Nel 1749 si concluse un’altra vertenza davanti al Delegato Regio D. Domenico Caravita, il quale ordinava, sotto la pena pecuniaria di 200 ducati, di non piantare gelsi o altri alberi da frutta nello spiazzo davanti al Convento di San Gennaro, destinato ad ospitare la Fiera.

Durante l’occupazione francese, agli inizi del XIX secolo, una nuova controversia sorge per lo spiazzo, ma questa volta il Marchese Mastellone si vede assegnare il vasto fondo controverso, con l’obbligo, però di prestare l’uso del suolo per la Fiera di San Gennaro senza mai poter pretendere alcun compenso.

6 La concessione di una Fiera Franca fu uno dei più ambiti privilegi che chiedevano le Università. Alle fiere partecipavano non solo i regnicoli, ma anche forestieri, e tutti godevano di particolari agevolazioni e privilegi, come la franchigia per le merci, l’immunità personale e la possibilità di portar armi per la difesa personale. Cfr. D.Caminiti 1982.

7 Verbali del Corpo Decurionale di Palma del Sec.XVIII e XIX. Vi si fa riferimento alla annuale costituzione di un Corpo di guardie che si associava al Giudice (Catapano) all’uopo nominato per dirimere le quistioni che all’interno della Fiera sorgevano. Il Giudice ed il Corpo di guardia trovavano sistemazione in due baracche costruite nella Fiera, mentre per la gendarmeria venivano fittate alcune celle del Convento dove potevano essere collocati, in isolamento, quegli individui che avessero commesso reati all’interno della Fiera, consistenti generalmente in furti, litigi e discussioni animate.

8 ARMANDO LIGUORI, ‘mmano a cchillo – lessico paesano. S. Gennaro Ves., s.d. pag. 101

9 NUOVA COLLEZIONE DELLE PRAMMATICHE DEL REGNO DI NAPOLI, NA 1804, tomo I, pag.137 e seg. De Nundinis, Seu Feriis et De Iurisdictione Magistri Iurati Tempore Nundinarum. La I Prammatica del 28/05/1575 del Card. Granvela (Antoine Perrenot de Granvella – Ornans, 1517  Madrid 1586, viceré del Regno di Napoli da 1571 al 1575) dispone, omni futuro tempore valituro, l’obbligatorietà di dare la voce (la fiera deve essere annunciata). La II Prammatica del 19/01/1582 di D. Juan de Requensens y Zúñiga, (Valladolid, 1539 – Madrid, 17 novembre 1586), viceré di Napoli dal 1579 al 1582, dispone che i Maestri Giurati di Fiere, che esercitano la giurisdizione criminale, poiché i delitti rimangono impuniti e creano scandalo, sono obbligati a consultare il giudice ordinario della Terra prima di emanar sentenze, a pena, ipso iure, di nullità delle stesse. La III Prammatica del 28/09/1588 del Conte di Miranda, Juan de Zúñiga y Avellaneda (Peñaranda de Duero, 1551 – Peñaranda de Duero, 4 aprile 1608), fu viceré di Napoli dal 1586 al 1595, conferma l’obbligo di dare la voce e la necessità che il luogo della Fiera sia sgombro da ogni cosa. La IV Prammatica del 28/09/1608 del Conte di Benarente, Juan Alonso Pimentel de Herrera, (… – 1621), fu viceré di Napoli dal 1603 al 1610, prescrive che se le fiere franche non si tengono nei giorni stabiliti e ordinati nei privilegi di concessione non godono di nessuna franchigia e immunità. La V Prammatica del 16 aprile 1614 del Conte di Lemons Pedro Fernández de Castro (Monforte de Lemos, 1560 – Madrid, 19 ottobre 1622) viceré di Napoli dal giugno 1610 all’8 luglio 1616, che richiama il Bando, omni tempore valituro, emanato il 18/11/1609 dal predecessore Conte di Benarente che obbliga al rispetto delle date di inizio e fine, constata che sebbene il vessillo della franchigia venga issato e ammainato regolarmente, in realtà si continua anche oltre ad applicare la franchigia sulle merci con grave danno per il pubblico, perciò dispone: 1 – la bandiera della franchigia issata a tempo debito fa scattare l’apertura delle botteghe, il ritardo comporta la pena pecuniaria di 1000 ducati; 2 – entro otto giorni dall’inizio della Fiera devono essere saldate le partite pendenti; 3 – dopo gli otto giorni si potranno elevare protesti e costringere i debitori a pagare e comunque si dovranno chiudere i conti tra debitori e creditori. 4 – se i creditori non elevano protesti nel tempo stabilito non potranno esigere eventuali lettere di cambio. 5 – gli ufficiali del Regno hanno l’obbligo di osservare e far osservare il Bando. Il conte di Lemons constatato che il bando rimaneva pressoché inosservato in molti luoghi, suffragato dal parere del Regio Collegio prescrive l’osservanza dello stesso in tutti i luoghi sede di Fiere Franche, a pena delle sanzioni verso i trasgressori senza eccezione di persona alcuna. La VI Prammatica del 5/6/1738 di Carlo III di Borbone e controfirmata da Bernardo Tanucci, istituisce una Fiera Franca a Napoli nel largo di Castel Nuovo, con pagamento immediato delle mercanzie (a pene di nullità dei contratti che si facessero in altro modo), nomina il Maestro di Fiera con facoltà di procedere nelle cause civili e criminali che dovessero insorgere durante la negoziazione o per altro impensato accidente (ove non sanabili con provvidenze la competenza passa alla Gran Corte della Vicaria). La VII Prammatica del 18 luglio 1738 a firma del Duca di Giovinazzo, reggente della Gran Corte della Vicaria, su ordine di Carlo III, dispone l’accesso in fiera solo a piedi o con sedia a braccio, e l’interdizione dello stesso a carrozze e calessi a pena di una multa di 1.000 ducati per i proprietari e di tre mesi di carcere per cocchieri e calessieri. L’VIII e ultima Prammatica del 21/07/1738 di Carlo III disponeva che a nessun mercante potesse essere impedito di esporre le proprie merci, e che nessun versamento, neanche per la spesa delle baracche, potesse essere richiesto prima della fine della Fiera.

10 Carmine Cimmino, La Civiltà del Vino Vesuviano, Marigliano 2002, pag. 55: “Gli agenti di Giuseppe taglieggiarono per anni i villani che vendevano tutte scale et altri ordegni di vendemia nella Fiera di San Gennaro di Palma, e quando, infine, le autorità locali arrestarono uno dei facinorosi, il Principe invase il paese con una grossa banda di scherani, minacciando morte e distruzione. Lo fermò la Signora de’ Rossi, novellamente padrona della terra, avendo li suoi figli in Roma con monsignor Bologna della piazza del Nido, nobile zio paterno.”. Cfr. LUIGI IROSO, Album di famiglia, S. Giuseppe Vesuviano, 2003, pag. 117.Così si può leggere “…è notoria la sua abitudine a rubare con forza tutte le scale ed altri ordegni di vendemmia, che in quantità in essa feria concorrono a vendersi, per rivenderli senza pagare in tutto, o in buona parte i villani. Non pago di calpestare ogni norma legale, nell’ottobre del 1663, prendendo a pretesto l’arresto di un suo vassallo per debito egli non solo ne favorisce la fuga, armata manu, ma invia in loco un plotone di ottanta sgherri, armati fino ai denti, con l’ordine di commettere ogni forma di violenza. Le parole paterne e mansuete dell’erario del luogo frenano, momentaneamente, la furia dell’orda delinquenziale. Poco dopo Giuseppe de’ Medici si intestardisce ancora di più nelle sue folli velleità violente, per cui egli stesso, postosi a capo di duecento ascari, impazza ed imperversa in feroci vessazioni di qualsiasi natura nel circondario palmese, la cui popolazione assiste impotente ed impaurita alle sue azioni criminose. A fronte dell’intervento deciso della signora de Rossi, novella padrona della Terra, il nostro barone scioglie la sua terribile masnada e corre a Napoli per gettarsi supplicante ai piedi del viceré, Pietro d’Aragona, al quale chiede perdono della sua malefatta. La palese autodenuncia dell’offesa, consumata in un territorio a regime nobiliare, lo porta a provare i duri rigori del carcere, dal quale esce, nonostante tutto, presto, alla fine di novembre dello stesso anno, usufruendo dell’amnistia concessa in occasione del compleanno del principe di Spagna”.

Sul ruolo di Giuseppe de’ Medici così scrive MARCO CORCIONE, in Modelli processuali nell’antico regime – La giustizia penale nel Tribunale di Campagna di Nevano, Cap. VI Il Commissario di Campagna fino al periodo Carolino, Istituto di Studi Atellani, Giugno 2002, pag. 84: “Sin dall’inizio del suo incarico il Viceré Medinaceli pose una cura, particolarmente attenta e circospetta, nella scelta dei governatori delle province, che furono tutti persone esperte ed a lui fedeli; e cura non minore pose nella scelta dei titolari di altri uffici. Nel 1697 pose al vertice della Vicaria Giuseppe De Medici, Principe di Ottajano, il quale assolse sempre le sue mansioni con durezza e severità, non esitando nemmeno a far perseguire ed uccidere delinquenti rifugiati in chiesa. La carica di reggente della Gran Corte della Vicaria criminale, come noto, comportava poteri vastissimi di polizia per la prevenzione e la repressione dei reati commessi nella città di Napoli, di cui il reggente era governatore; sino al 1798, il reggente continuerà a sommare, nella sua carica, poteri esecutivi e giudiziari, secondo una commistione di competenze tipica degli ordinamenti d’Ancien Régime.

Il Medici, che divenne ben presto il braccio destro del Viceré, assicurò un quadro di sufficiente tranquillità alla città di Napoli e la sua opera si rivelò preziosissima nello sventare molte connivenze dei congiurati o nel prevenire le loro mosse. Non solo, egli era perfettamente informato sulla effettiva consistenza e capacità delle “squadre di campagna” che costituivano il nerbo armato del Commissario di Campagna, tribunale che “aveva definitivamente perduto i caratteri di giudice straordinario e temporaneo e costituiva ormai una delle istituzioni considerate fondamentali dal governo vicereale”.

Le squadre del Commissario, ordinate in “ripartimenti” distribuiti sui vari territori di Terra di Lavoro, avrebbero dovuto svolgere una funzione di controllo e di sicurezza sulla provincia, ed assicurare una cintura tranquilla e sorvegliata tutt’intorno alla città di Napoli. Viceversa il Medici ben sapeva quanto poco affidamento poteva farsi sui soldati di Campagna impegnati in operazioni entro la città e, già dalla fine di agosto, aveva fatto entrare in città 500 banditi, ai quali era stato concesso l’indulto in cambio del servizio da prestare in un corpo di “Armigeri”.

La notte di giovedì 22 settembre scoppia la rivolta, ed è Gennaro d’Andrea (fratello di Francesco), reggente del Collaterale Consiglio, colui che più di altri riesce a convincere il Viceré Medinaceli a reprimere l’insurrezione con la forza. Il Medici è contrario, però, ad iniziative nel cuore della notte; ed il Viceré, “per prevenire i sediziosi nel divulgare per il Regno notizie del tumulto invia lettere ai presidi delle provincie”.

11 Luis Francisco de la Cerda y Aragón (El Puerto de Santa María, 2 agosto 1660 – Pamplona, 26 gennaio 1711) politico spagnolo, 9° duca di Medinaceli, viceré di Napoli dal 1696 al 1702.

12 Nel 1835 il Comune di Marigliano voleva istituire una nuova Fiera, da tenersi annualmente dal 13 al 20 agosto, ed avanzò richiesta al Sottintendente del Distretto di Nola, che, dopo aver consultato il Decurionato Palmese, respinse la richiesta perché la nuova istituzione poteva portare pregiudizio alla Fiera che dal 17 al 19 settembre si teneva nello spiazzo di San Gennaro. Cfr. Caterino cit. Vol.I..

La stessa Palma dopo la concessione dell’autonomia ai Sangennaresi da parte di Ferdinando II di Borbone nel 1841, vedendosi privata della possibilità di gestire l’importante manifestazione fieristica chiese di poter istituire sul suo territorio una fiera nello stesso periodo. Alla questione fu interessato gran parte del territorio provinciale di Napoli e Caserta che si espresse per conservare l’unicità e la straordinarietà della Fiera Vesuviana di S. Gennaro. Cfr. Admin di Luigi Iroso: Relazione di Matteo de Augustinis del 10 novembre 1842.

13 Collezione delle Leggi e Decreti emanati dalle Province Continentali; autorizzazioni di fiere nel circondario vesuviano: nel 1808 a Sant’Anastasia da tenersi il 15 febbraio, pag. 358; nel 1810 a Camposano; nel 1812 a Marigliano; nel 1813 a Pomigliano; nel 1823 a Cicciano; nel 1823 a Palmi (Palma?); nel 1824 a Boscoreale; nel 1825 a Nola; nel 1825 a Quindici; nel 1831 trasferimento ad altri giorni della Fiera di Sarno; ecc…

14 Luigi Iroso, San Gennaro Vesuviano un cuore antico, Marigliano 1998, pag. 60-61

15 Luigi Sorrentino, Cronologia di Vincenzo Russo e le vicende del 1799, Domicella 1999, pp.25-26.

16 I lavori di allestimento per la realizzazione della fiera solitamente incominciavano oltre un mese prima dell’evento che cadeva nei giorni dal 17 al 19 settembre, e molti artigiani ultimavano la preparazione delle merci nel Campo della Fiera. In ogni angolo, in ogni spazio disponibile, c’era una fucina: lì i ramai, qui i ferrai, più in là i copellari, e poi gli scalari e, a seguire, tutti gli altri mestieri con il conseguente martellio e vocio tipico delle fiere; in ogni dove si rincalzavano cerchi a tini e cupielli, si forgiavano metalli, si batteva sugli incudini il ferro caldo, o si puntellavano i grandi padelloni in rame, mentre gli zingari con tanto di baffi, nel posto loro assegnato preparavano i caratteristici scacciapensieri (tromb’ ‘e zengar’), a cui davano voce colla prova del loro fiato, oltre a confezionar coltelli ricurvi e altri attrezzi per gli innesti, succhielli per le botti, ferri per rinforzare le scale e i treppiedi oltre i caratteristici scalandroni necessari per raggiungere i tralci delle viti legate a spalliera ai filari degli alti pioppi nelle campagne del vasto Piano dell’Agro Nolano. L’armistizio dell’otto settembre colse tutti di sorpresa e gli scarsi operatori del tempo di guerra o rapidamente scapparono o si rifugiarono con le loro merci nei portoni delle case lungo il perimetro della piazza denominata Campo della Fiera, per poter contrattare in semiclandestinità; furono, inoltre, inviati messi alle carovane di scalari provenienti da Spiano perché, stante l’incombente pericolo, non raggiungessero la sede storica della Fiera.

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