La riscoperta di un eccezionale docufilm: La donna a Pompei di Michele D’Avino

mag 25, 2015 - Di

donna a pompei

Andreita Galasso, dottoressa in beni culturali e Giuseppe Luciano Cuomo, cultore di cinema, entrambi di Castellammare di Stabia, hanno ritrovato nella Cineteca Nazionale di Roma La donna a Pompei, un documentario di notevole interesse per il nostro territorio, dato che è tratto dall’omonimo libro, edito da Loffredo nel 1964, del prof. Michele D’Avino di San Gennaro Vesuviano, illustre cultore di studi classici e autore di numerosi romanzi e saggi, tradotti anche in lingua inglese e tedesca. Le notizie di seguito su questa importante riscoperta sono trascritte sulla base di una informale conversazione avuta con i due ricercatori. La donna a Pompei Il documentario fu realizzato nel 1966 dal regista Oreste Tartaglione, proprietario di una storica libreria cittadina al Corso Vittorio Emanuele a Castellammare di Stabia, con le musiche del maestro Franco Langella, il direttore della fotografia era invece Domenico Paolercio (lo stesso de Lo sgarro, il film girato da Silvio Siano tra Palma Campania, Nola e Gragnano nel 1961 ndr), tutti stabiesi. Si tratta dunque di una produzione cittadina nel solco della stagione cinematografica che interessò Castellammare tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50 del secolo scorso, per iniziativa del regista e produttore anch’egli stabiese Natale Montillo, autore di sei film. La donna a Pompei nel corso dello stesso anno in cui fu realizzato vinse il primo premio nel quarto concorso Documentari di valorizzazione turistica del golfo di Napolì, una sezione degli Incontri internazionali del Cinema di Sorrento. La pellicola e la versione digitalizzata si conservano, come accennato, presso la Cineteca Nazionale di Roma. Dal 9 Novembre al 9 Dicembre 2012 si tenne a Castellammare di Stabia presso il Complesso Montil la mostra Stabia Svelata, promossa dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei e dal Comitato per gli Scavi di Stabia fondato nel 1950, durante la quale fu proiettato il documentario. Il Comitato fu fondato da Libero D’Orsi, preside della locale scuola media, al quale il professor D’Avino nell’agosto 1965 fece dono, con una dedica, del suo volume conservato ora presso la Biblioteca Filangieri di Castellammare di Stabia. Argomento e personaggi del docufilm La donna a Pompei Il professor D’Avino ed Oreste Tartaglione già negli anni ’60 avevano intuito quale fosse l’attrazione esercitata sulla collettività dall’area archeologica di Pompei, uno dei siti dell’antichità più estesi al mondo, inserito poi nel 1997 nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Nel documentario il regista ci conduce in giro per le strade dell’antica Pompei alla scoperta di tracce di vita quotidiana, visibili nelle varie epigrafi sparse sulle mura della città che il professor D’Avino aveva accuratamente studiato. Il titolo La donna a Pompei fa capire chiaramente che l’intento dei produttori era quello di sottolineare il ruolo della donna nella vita quotidiana pompeiana. Le donne romane, a differenza di quelle greche, sempre chiuse nei loro ginecei, circolavano liberamente per la città, si davano agli affari, aprivano salotti letterari e praticavano con successo persino la professione medica e l’avvocatura. Una varietà di ruoli e funzioni tra i due estremi della matrona che viveva in una dimensione prevalentemente domestica e la libertà dell’etera. E l’epigrafia pompeiana sotto questo aspetto fornisce uno scenario dinamico in cui si alternano donne appartenenti a tipologie diverse, da quelle dotate di illustri virtù domestiche fino a quelle che esercitavano il “mestiere” nel lupanare. Molte furono anche le pompeiane che, pur non avendo il diritto di voto, si interessavano alla politica e svolgevano attività di propaganda fra gli amici e i cittadini del loro quartiere. Qualche esempio. Una certa Giulia Felice possedeva una villa molto grande e, abile negli affari, pensò di ricavare una rendita dagli ambienti superflui rispetto alle sue personali esigenze fittandoli a persone benestanti. Degna di nota è anche Eumachia, una delle donne più celebri di Pompei perché col suo nome si conosce quel grande edificio dove aveva sede la corporazione dei fulloni (lavandai ndr). Apparteneva ad una famiglia che si era arricchita fabbricando mattoni ed ottenne anche l’onore di una statua, a cui il documentario dedica un primo piano; Eumachia fu proclamata pubblica sacerdotessa e si costruì un sontuoso sepolcro nella Necropoli di Porta Nocera. Bisogna notare che chiunque uscisse da Pompei o vi entrasse provenendo da una delle città vicine doveva passare in mezzo ad una serie di edifici sepolcrali dislocati lungo i lati delle due strade appena fuori dalle porte cittadine. Quanto più il recinto funerario era vicino alla città, tanto più grande era il prestigio di chi vi aveva trovato sepoltura. La Villa dei Misteri Merita un cenno particolare il fregio del famoso triclinio che dà il nome alla Villa dei Misteri con le cui immagini il documentario inizia e termina e che è uno degli esempi più suggestivi di pittura parietale antica. I Misteri dell’antichità erano riti religiosi attraverso i quali gli adepti ottenevano la purificazione, la visione del dio e la fecondità. Ebbero origine in Oriente e cominciarono a penetrare in Italia fin dal primo contatto che i Romani ebbero con i Greci. Ad essi si attribuisce in genere origine rurale, nel senso che il dio rappresenta la natura e le diverse fasi del rito simboleggiano gli sviluppi che si concludono con la riproduzione. Circa il fregio della villa, gli studiosi non ne hanno dato una interpretazione univoca. Secondo il professor D’Avino, che richiamò l’attenzione anche sulla difficoltà davanti alla quale si trovò il pittore, il fregio rappresenterebbe un rito iniziatico e nella padrona di casa che assiste al rito nella sua funzione di sacerdotessa sarebbe da riconoscersi Istacidia Rufilla. Il messaggio di D’Avino e Tartaglione Il documentario, in un momento in cui l’antica Pompei richiama purtroppo l’attenzione del pubblico non per la sua bellezza ma per i contini crolli di mura, i furti e l’incuria in cui versa per le deficienze burocratiche e politiche e gli interessi corporativi che ne deteriorano il patrimonio, riafferma ieri come oggi la consapevolezza del valore del nostro patrimonio artistico-culturale e la necessità di promuoverlo e tutelarlo. Operazione ricchezza La coppia Michele D’Avino – Oreste Tartaglione, sceneggiatore e regista di La donna a Pompei, la ritroviamo anche in una fiction del 1968, Operazione ricchezza, ma sotto altre vesti: il primo come soggettista, dal cui romanzo Il materasso di Maria Ricchezza, è tratto il film; il secondo come sceneggiatore. Il regista è Vittorio Musy Glori, attore in alcuni film di successo e qui nell’unico film che ha diretto nella sua carriera. È la storia di una commerciante che è riuscita a mantenersi indipendente dal giro di un ricco uomo d’affari napoletano. Alla sua morte la figlia deve far fronte a vari impegni e non riesce a trovare i soldi lasciati dalla madre. Alla fine recupera il denaro, evita il fallimento e sposa il giovane che ama. Come attori, famosi caratteristi napoletani: Nino Taranto, Enzo Cannavale, Nino Vingelli e la grande attrice eduardiana Regina Bianchi. Luciano Cuomo, che ha rinvenuto il film, purtroppo deteriorato, ci dice del disaccordo tra lo scrittore e il regista, che avrebbe modificato troppo il soggetto originale. Del romanzo di D’Avino non abbiamo trovato tracce nelle biblioteche locali e invitiamo i giovani del Centro Studi a lui dedicato a S. Gennaro Vesuviano, a che tramite la figlia dello studioso, si possa ricercare per onorarne degnamente la sua memoria nel centenario della nascita.

Ritratto femminile in copertina del volume di D'Avino

Ritratto femminile in copertina del volume di D’Avino

Foto di scena di La Donna a pompei

Foto di scena di La Donna a Pompei

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