Lapide dei Neronii

 

LA LAPIDE DEI NERONII

lapide dei neroni

La pietra sepolcrale incastonata nell’antisala del Consiglio Comunale di San Gennaro Vesuviano attesta la presenza di un insediamento romano sul territorio di San Gennaro Vesuviano.

  La nostra terra amministrativamente appartenne all’Ager Nolanus e fu abbondantemente frequentata in età romana, nel I secolo dopo Cristo, con l’insediamento, da più generazioni, della Gens Neronia censita nella tribù Falerna[1] come è testimoniato dalla lapide già appartenuta al vasto[2] e monumentale sepolcreto rinvenuto agli inizi degli anni ’70 dello scorso secolo, all’atto della costruzione dell’invaso per il recapito della fogna urbana; della iscrizione mutila, in esso contenuta, diamo la più recente integrazione ed interpretazione fondata sull’equilibrio della impaginatura del testo e sulla ripetizione dell’abbreviazione della indicazione della tribù Fa[l(erna tribù)…] alla terza e quinta riga dove sono menzionati C(aio) e P(ublio) figli del  C(aius) Neronius  dedicante.

 C.NERONIVS C.(F.FAL.)

  RVFVS

C.NERONIO.C.F. FA(L.)

A B V T T I A E.

P. NERONIO.C.F. FA(L.)

CASSIAE. Q.F.PRIM(ITIVAE)

ET SIBI           SVISQ(VE)

Integrazione della lapide da parte di Caterina Cicirelli, con la seguente traduzione:

 “Caio Neronio Rufo, figlio di Caio, della tribù Falerna, costruì questo sepolcro per Caio Neronio figlio di Caio della tribù Falerna,  per Abuzia, per Publio Neronio figlio di Caio della tribù Falerna, per Cassia Primitiva (Prima) figlia di Quinto, per sé e per i suoi[1]”.

 É utile richiamare le informazioni sui Neronii riportate dalla dott.ssa Cicirelli:

Il gentilizio Neronius derivato da Nero, neru, di origine etrusca è attestato nell’onomastica latina a Roma, a Pozzuoli, a Sorrento. Il cognomen Rufus, “rosso” appartenente alla famiglia dei cognomi derivanti da particolarità fisiche, in questo caso il colore dei capelli e della barba, è ovviamente diffuso sia in età repubblicana, sia in età imperiale con oltre 1.650 portatori, in gran parte ingenui. Il gentilizio Abuttius, con le varianti Abutius e Abucius è gentilizio attestato a Roma e ad Anagni. La gens Cassia, di chiara origine latina, godette di vastissima diffusione nel mondo romano. A Nola è attestato Cassius Longinus. …

L’iscrizione, al di là del suo valore prosopografico, contiene un dato topografico di grande rilievo in quanto assicura l’appartenenza del territorio sangennarese all’Ager Nolanus, menzionando più generazioni di membri della stessa gens censiti nella tribù Falerna. Essa costituisce inoltre una preziosa testimonianza archeologica della frequentazione del territorio in epoca romana, frequentazione legata di certo anche all’attraversamento del Planum Palmae, di cui S. Gennaro è parte integrante, dell’Acquedotto Augusteo del Serino e della via consolare Capua – Regium, lungo il cui tracciato è ipotizzabile, verosimilmente, la collocazione del monumento sepolcrale cui la lapide era pertinente[4].

Il saggio archeologico recentemente condotto lungo via Piano dall’Archeologo dott. Nicola Castaldo, ha, tra l’altro, rivelato nelle immediate vicinanze del sito di rinvenimento della lapide dei Neronii un diverticolo stradale della via Popilia che nel tratto in specie congiungeva Nola a Nocera affiancandosi al tracciato dell’Acquedotto Augusteo, che riforniva la città di Nola dell’acqua del Serino, ed era prospiciente al monumento funerario della Gens Neronia.

Una Conocchia, intesa come grande monumento funerario, avente appunto la forma arrotondata nella parte superiore a mo’ di conocchia per filare, era un tempo ubicata in quel sito o nelle sue prospicienze; la si cita nella Platea Capitolare di Nola del 1700  nella quale si fa riferimento a Cinquevie seu Conocchia. Se all’epoca ancora fossero in sito i resti di una grande Conocchia o emergessero ancora i resti del Monumento sepocrale dei Neronii, o si conservava di essi la memoria non è dato sapere. Nell’uno o nell’altro caso si indicano manufatti lungo il corso della Via Popilia che sicuramente costeggiava il tracciato per Nola della diramazione del Fontis Augustei Aquaeductus e attraversava il territorio del Piano di Palma.

Aniello Giugliano

 

1 MICHELE D’AVINO, Campania Nobilissima, Napoli 1983, pp. 177-178. diede la prima interpretazione

 

 

C.NERONIVS.C

RVFVS

C.NERONIO.C.F.FA

A B V T T I A E.

P.NERONIO.C.F.FA

CASSIAE.Q.F.PRIM

ET SIBI          SVISQ

(Testo lapideo mutilo, rinvenuto in località denominata Magliacani, o Ciccarelli, nel corso dello scavo per realizzare l’invaso per il recapito del sistema fognario cittadino e poi, solo recentemente, su sollecitazione di chi scrive, collocato nell’antisala del Consiglio Comunale nel Palazzo Municipale di San Gennaro Ves.)

C. NERONIVS C. (f)

   RVFVS

C.NERONIO.C.F.FA(USTO)

A B V T T I A E

P. NERONIO.C.F.FA(USTO)

CASSIAE.Q.F. PRIM(AE)

ET SIBI          SVISQ(VE)

Integrazione e traduzione di Michele D’Avino: “Caio Neronio Rufo, figlio di Caio, costruì questo sepolcro per Caio Neronio Fausto figlio di Caio, per Abuzia, per Publio Neronio Fausto figlio di Caio, per Cassia Prima figlia di Quinto, per sé e per i suoi”,  in  M. D’AVINO, Campania Nobilissima, 1983, pag.178

 

2 Insieme con la lapide mutila furono rinvenuti due cippi di lunghezza cm 70 e dallo spessore di cm 20 con l’iscrizione  IN FR[ONTE] P XII, IN AGR[O] P XII. I dodici passi romani corrispondono a circa 18 metri  per cui il sepolcreto aveva un’estensione di circa 325 mq.

Archivio Storico Comunale di S. Gennaro Vesuviano. Deliberazione del Consiglio Comunale n. 4 del 31 gennaio 1976. Relazione allegata, pag. 50: “…in occasione dello scavo (avvenuto nell’estate 1971) della vasca in contrada Ciccarelli seppi che era stato trovato parecchio materiale [archeologico] costituito da un sacello, qualche piccola scultura, un’iscrizione lapidaria e delle fistole di piombo…”. Da  documentazione allegata risulta che le stesse dopo un periodo di custodia in loco, in data 13 dicembre 1975 furono consegnate alla soprintendenza archeologica per le province di Napoli e Caserta.

Il D’Avino, allora Sindaco della cittadina vesuviana provvide a recuperare la lapide mutila in un pollaio dove era stata collocata e seppe che tra l’altro materiale era stata rinvenuta anche una statuina in terracotta, raffigurante una matrona seduta ed altri oggetti trafugati dagli scavatori.

A cura di chi scrive, in qualità di assessore ai lavori pubblici, fu recuperata dall’archivio Comunale, ove era in deposito, e, a perenne ricordo e testimonianza, fu incastonata nell’antisala del Consiglio nel corso dei lavori di restauro effettuati nel secondo lustro di questo secolo.

3 CATERINA CICIRELLI,  San Gennaro Vesuviano,  in  RIVISTA DI STUDI POMPEIANI – VI – 1993-94, Pagg. 247-250. 

4 L’argomento è ripreso e ulteriormente sviscerato in: Territorio e Archeologia, Contributi per lo studio dell’Ager Nolanus a cura di Nicola Castaldo,  vol . 2, Marigliano 2012, pag. 19-79,  nel Saggio CATERINA CICIRELLI, Il Territorio a sud-ovest di Nola (Ottaviano e San Gennaro Vesuviano): Vecchie e nuove scoperte.

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