Masso del Subasio

Il Masso del Subasio

 

croce

 

Una croce in ferro, conficcata in un masso poggiato su una base in pietra lavica, posta di fronte all’ingresso della Chiesa Conventuale francescana in San Gennaro Vesuviano, nella zona alberata del viale di Piazza Margherita, costituisce una testimonianza storico-culturale ignorata e negletta pur essendo collocata al centro della piazza principale del paese. La storia e il significato di quel monumento con la croce è ancora oggi assai vaga per non dire oscura per la grande maggioranza dei cittadini sangennaresi, che, purtroppo, in mancanza di fonti e di documentazioni non possono fare altro che osservare il monumento e domandarsi che cosa vuol rappresentare.Un monumento non riesce a soddisfare bisogni primari dell’uomo e della società: non toglie la fame, non assicura ricovero ai senzatetto, non crea posti di lavoro. Per giunta costa pure e per realizzarlo, generalmente, si impiega danaro pubblico da sottrarre ad altre funzioni. Ma da sempre si realizzano Monumenti perché essi rappresentano la testimonianza concreta e durevole di persone e di fatti: il sentimento associato ad un monumento è di tale forza da rappresentare i valori culturali e morali di una collettività. Chiunque detiene il potere vuol lasciare una testimonianza indelebile della sua gestione ed è giusto che sia così; un tempo specialmente dopo gravi rivolgimenti politici i subentranti, spinti da odio cieco, per prima cosa provvedevano ad abbattere i segni dei predecessori. Ma questa è una pratica barbara; oggi, ed è questa la sfida, bisogna a puntare a far meglio negli abbellimenti civici e nella creazione di nuovi monumenti che testimonino la grandezza e i valori di un popolo. A casa propria ciascuno provvede per sé, ma nei luoghi pubblici dove viviamo tutti insieme ci devono pensare le civiche amministrazioni che del resto impiegano danaro dei cittadini. Questa è la sfida: lascia il realizzato e pensa a fare qualche cosa di meglio, se ne sei capace! Io sono convinto che se non ritroviamo il rispetto dei nostri simboli e non siamo in grado di difenderli strenuamente perderemo non solo la memoria della nostra storia, ma la ragione stessa di sentirci cittadini. D’altra parte il popolo ha sempre sentito i monumenti come valori da difendere per il rispetto della propria città: mai ha pensato di infierire su un monumento posto a decoro di una piazza o di un palazzo. Sono scellerati i potenti di turno quando compiono azioni sacrileghe contro i monumenti. La mancanza di valori e il senso di rispetto per ciò che è lasciato alla pubblica attenzione sono concause che contribuito al degrado e all’assenza di coscienza di un popolo.Ed ora torniamo al Masso del Subasio: Ci siamo posto il problema di che cosa volesse testimoniare perciò abbiamo cercato il professore Aniello Giugliano, (presidente del comitato Fiera Vesuviana di San Gennaro Vesuviano) storico e amante della cultura in generale, ma soprattutto della cultura dell’entroterra vesuviano, che con grande soddisfazione e disponibilità ci ha rilasciato la seguente intervista

Professore che cosa rappresenta quella croce posta di fronte al convento?
Mi fa piacere che hai notato la singolarità di quel monumento che sta a ricordare fatti lontani nel tempo, ma vicini alla nostra coscienza di uomini liberi. Esso ora sorge nel contesto alberato del viale e a stento si nota; un tempo emergeva molto di più anche per altezza, proporzione ed eleganza, e ciò fin quando alcuni energumeni, i soliti gradassi e scapestrati che compiono atti grossolani per spavalderia, evidenziando così la propria ignoranza, spezzarono la croce in ferro che poi fu accorciata di una ventina di centimetri ed ebbe anche quel contro respingente posteriore che la attozzisce e la appesantisce.

Come è fatta ?

Su un basamento di pietra lavica, che è l’essenza della nostra terra vesuviana poggia un masso del Monte Subasio in cui è conficcata una croce in ferro battuto. Il Subasio è il monte dove è costruito il sacro Convento di Assisi che accoglie le spoglie di San Francesco. Simboleggia magnificamente la Croce della passione nel corpo di Francesco sulla terra vesuviana. E il monumento con la croce è stato sempre oggetto di particolare venerazione e rispetto.

Professore, ora che ha suscitato una grande curiosità, vuol narrare che cosa sta a rappresentare?

Quella croce sorge sul punto preciso in cui fu innalzato l’albero della libertà durante la Repubblica Partenopea del 1799. Uno dei capi di quella Repubblica rivoluzionaria fu il nostro conterraneo Vincenzo Russo che aveva analizzato la condizione servile dei contadini della sua terra ed aveva auspicato la nascita dei contadini liberi e proprietari delle terre che coltivavano. Difatti l’albero della libertà che sorgeva nello spiazzo davanti al Convento, nella sede della Fiera, fu l’ultimo ad essere abbattuto tra quelli piantati nel nostro circondario, ben dopo la data della sconfitta e del martirio degli eroi del ‘99.

Interessante! È motivo di orgoglio per la comunità sangennarese!

Ti dirò di più. Nel Convento, di fronte alla croce, stanziò Ignazio Falconieri che aveva lì posto la base logistica della missione affidatagli dai Repubblicani di scongiurare l’aggregazione antirivoluzionaria sul nostro territorio. Falconieri dal Convento, che è in posizione baricentrica rispetto al territorio Nolano, Vesuviano, Lauretano, si spostava ogni mattina per raggiungere le località da visitare, da ispezionare, dove riaffermare il programma e le idee rivoluzionarie proprio grazie alla nomina di commissario organizzatore che la Repubblica gli aveva conferito.

Professore state parlando di un patriota?

Non solo patriota ed eroe morto affogato il 31 ottobre ’99, per le sue idee sul patibolo della reazione, Ignazio Falconieri fu anche un illustre docente del Seminario di Nola che era uno dei migliori del Regno. Ebbe tra i suoi allievi Luigi de' Medici, futuro ministro del Regno (a lui è dedicato l’Istituto Alberghiero di Ottaviano), Luigi Arcovito di Reggio Calabria, giureconsulto esule a Marsiglia dopo il 1799, Domenico Antonio Ranieri, Vincenzo Galiani, Vincenzio Russo, Lorenzo De Concilj e, secondo il Lucarelli, anche Emanuele De Deo e Vincenzo Cuoco, c’è chi vi annovera anche Luigi Minichini protagonista della rivoluzione del 1820. Furono inoltre suoi allievi Pasquale Toscano, vicerettore del seminario di Nola e maestro di morale, l'avvocato Donato Pionati di Avellino, Giovanni latta di Ruvo - giureconsulto, repubblicano nel 1799 - nipote del medico Domenico Cotugno. Insomma coltivò le più belle intelligenze del Regno. Poi passò all’Università di Napoli, ove ebbe rapporti con i futuri giacobini del '99 Mario Pagano, Domenico Cirillo, V. Troisi, Francesco Conforti. Fu anche autore di opere come le Istituzioni oratorie che furono ancora stampate fino ad un cinquantennio dopo la morte, e ancora oggi per molti aspetti sono rimaste insuperate.

Quindi un Convento rivoluzionario il nostro?

Rivoluzionario nel senso della Croce. Cristo fu un grandissimo rivoluzionario, è giusto che i suoi seguaci lo siano. Il Convento fu culla della Congiura del 1832 che con Frate Angelo chiese ancora la Costituzione e non fu estraneo al moto insurrezionale del ’48 e al moto unitario del ’60 quando i frati furono perseguitati per aver partecipato al plebiscito.

Quanta memoria storica in quella pietra...!

È giusto parlare di memoria storica perché poi la vita della nostra gente cambiò veramente. Le idee che erano state propugnate da Ignazio Falconieri e da Vincenzo Russo non caddero affatto sul patibolo della reazione. Anzi! Sette anni dopo, con l’epopea napoleonica ci fu l’abolizione del regime feudale e i servi della gleba diventarono uomini liberi. Il sogno utopistico di Vincenzo Russo di rendere liberi e piccoli proprietari i contadini della sua terra si realizzava: l’utopia diventava realtà.
Le leggi "di eversione della feudalità", furono attuate tra il 1806 e il 1808; con esse Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello di Napoleone, abolì la feudalità nel Regno di Napoli. Scrisse quelle leggi il Ministro della Giustizia dell'epoca, il marchese Michelangelo Cianciulli. La legge n. 130 del 2 agosto 1806, al primo articolo recitava:«La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita».
Quella pietra, dunque, ci ricorda la conquista della libertà dei nostri avi. Peccato che molti non comprendano il valore di questo simbolo e spesso lo rendono bersaglio del proprio, inutile, vandalismo.

Bene professore! Siamo arrivati al termine di questo meraviglioso viaggio culturale che ci ha portati a conoscere un simbolo storico della nostra comunità. Noi vogliamo ringraziarla sperando che potrà essere sempre disponibile a deliziarci di cultura e altro…
Sono io che ringrazio voi che avete la curiosità intellettuale e la sete di conoscenza della storia del nostro paese.

L’articolo con varianti era già apparso su Il Fatto Vesuviano il 9 giugno 2013

Articolo a cura di Antonio Rosario La Marca

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