Relazione del Prof. Aniello Giugliano sulla Congiura di Frate Angelo Peluso del Maggio 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia

Signore e signori,

la “Congiura di Frate Angelo Peluso” è un episodio della storia risorgimentale italiana, si inquadra nelle azioni messe in atto dai Carbonari meridionali per ottenere la Costituzione e con essa la garanzia dei diritti e la fine dell’assolutismo: è l’episodio più importante verificatosi sul nostro territorio nel periodo che va dai i moti nolani del 1820 a quelli che poi seguiranno del 1848. E’ ancora un moto carbonaro, realizzato prevalentemente da uomini che avevano vissuto in prima persona la fase del ‘20, avevano conosciuto il successo della concessione della Costituzione di Cadice e dell’istituzione del Parlamento Napoletano. Poi andò come andò: il re tradì il suo popolo, aveva altri obblighi, fece intervenire lo straniero per imporre il suo ordine. Un esercito straniero, mantenuto dalle casse dello stato borbonico, che provocò un deficit colossale nel bilancio.

Per le loro idee i nostri patrioti avevano subito condanne: chi era scampato alla morte aveva conosciuto il carcere, il confino, l’esilio. Con l’ascesa al trono di Ferdinando II ci fu un’amnistia generale che permise a tutti i fuorusciti di rientrare, a tutti i reclusi politici di recuperare la libertà. La Giovine Italia del Mazzini proprio allora prendeva le mosse, non operava ancora. Da Marsiglia si incominciavano a tessere i primi rapporti, non c’era ancora nulla, solo qualche lettera spedita e nulla più. I Carbonari nelle carceri, al confino, in esilio, avevano continuato a tessere i rapporti tra loro: erano personaggi di rilievo negli ambiti sociali in cui avevano vissuto o operato: professionisti, notai, farmacisti, avvocati, maestri di scuola, possidenti, artigiani. A questi si aggiungevano i giovani, prevalentemente studenti universitari.

La “Congiura di Frate Angelo Peluso” non vive di per se stessa, né l’ideatore e l’organizzatore di essa fu solamente il Frate di cui porta il nome, ma si inquadra nel più vasto movimento messo in atto in seguito agli avvenimenti in Francia del 1830, che avevano dato una grande scossa all’ordine imposto dalla Restaurazione. Questo episodio, al di là delle polemiche che pure nel tempo si sono ingenerate, per cercare di sminuirne il valore, costituisce un fatto positivo perché dimostra che i nostri antenati non furono dei visionari, ma erano parte di un mondo che aveva un’organizzazione o almeno cercava di darsela; dimostra inoltre che lo spirito dei moti di Nola non erano affatto spento dalla repressione dell’esercito austriaco; che l’anelito alla democrazia, con l’invocazione di un regime costituzionale, era vivo nel popolo.

Dietro il frate, che fu il personaggio maggiormente messosi in evidenza, si celano altri uomini e fatti complessi che per carenza di fonti ancora oggi non abbiamo la possibilità di conoscere nella loro interezza. La ricerca storica, nel corso del tempo, ha svelato molto della trama iniziata nel 1830 e conclusasi con il moto rivoltoso dell’agosto 32, ma non tutto è chiaro.

FONTI EDITE

Le pubblicazioni ufficiali, stampate nella tipografia dell’Intendenza di Caserta e che servirono per la celebrazione del processo furono due: l’Atto di accusa1 del 13 luglio 1833, di cui si conoscono almeno due edizioni, e le Conclusioni del Pubblico Ministero2 pronunciate dal Capitano Commissario del Re funzionante da Relatore, Carmine Morelli, il 30 Agosto 1833 davanti al Consiglio di Guerra di Guarnigione della Provincia di Terra di Lavoro elevato a Commissione militare.

Non abbiamo testimonianze da parte della Difesa, né sappiamo a chi la stessa fu affidata.

Gli autori ottocenteschi non potendo attingere a fonti archivistiche lasciarono descrizioni piuttosto superficiali e partigiane, in base alle informazioni che essi avevano sull’argomento: chi esaltò la figura del Frate e chi la biasimò in base alle sue tendenze politiche.

Nicola Nisco che era nato al tempo dei moti di Nola, ma aveva aderito alla setta dell’Unità Italiana e partecipato a quelli del ’48, riportando una condanna a trent’anni commutata poi nel 1858 in esilio perpetuo, nel suo “Ferdinando II e il suo tempo”, dopo aver precisato di essere stato vittima del dispotismo di Ferdinando II, tanto da portarne “i ricordi ai piedi e ai polsi”, afferma: “io narrerò di alcuni fatti di quell’epoca di assidui tentativi dei napoletani per recuperare la libertà perduta non per riconfermare il nome di tiranno a Ferdinando II, che fino al 1837 veramente nol fu, e poscia rinnegando se stesso il divenne, ma per dare un’idea esatta del regno di questo principe in quel periodo di irrefrenabile movimento degli spiriti che preparò i popoli alla grande epopea del 1848”3. Il Nisco passa poi a trattare i fatti del giugno 1831 avvenuti a Messina e poi la rivolta di Palermo “che fruttò undici condanne capitali ed altre pene minori. A queste seguì la Congiura detta di Frate Angelo Peluso, cuciniere del Convento della Sanità in Napoli, avvegnaché promotore e organizzatore ne fosse Vito Porcaro di Ariano, giovane ardito e che fin dall’annunzio della rivoluzione nell’Italia centrale erasi messo alla testa di un comitato”4

Anche il presbitero, storico e archeologo Antonio Coppi, che ebbe il merito di continuare fino al 1861 l’opera annalistica del Muratori interrotta al 1750, nei suoi “Annali d’Italia”, sostiene che il Frate non fu il solo ideatore della Congiura che porta il suo nome, ma ritiene che accanto a lui sono altri personaggi: “Furono tra i principali organizzatori Francesco Vitale, frate Angelo Peluso, laico francescano del Convento della Sanità, che sol portava lettere ai capi. Fra questi erano un ex capitano Nirico, antico consettario di Del Carretto e suo amicissimo; il quale aspettando la rivoluzione piena per mano dell’amico, volea trattenere gli scoppi parziali, e fe’ del tutto il Ministro consapevole. Non di meno i più avventati vollero tentare la sorte. Un capitano del genio Domenico Morici, calabrese dimesso nel 1820 e per grazia reintegrato, un tenente Filippo Agresti, e Don Michele Porcaro di Ariano”5.

Il Nisco, il Coppi, il De Sivo, nella Storia delle Due Sicilie6, scrivono, dunque, che a promuovere la Congiura non fu il frate, anche se egli ebbe una parte principale nell’attuazione del movimento rivoltoso che scoppiò in conseguenza di essa.

Se concorde appare questo aspetto, perché tale è la realtà storica incontestabile, i giudizi sulla vicenda sono estremamente divaricanti: il frate fu esaltato dal Settembrini, dal De Sanctis, dal De Cesare e dagli altri storici liberali, mentre fu vituperato dagli scrittori reazionari De Sivo, Coppi, Michele Volpe e altri storici filoborbonici.

L’anno 1928 fu cruciale per lo sviluppo delle nostre conoscenze sull’argomento; fu l’anno della svolta: in esso approdò la vecchia storiografia e prese l’abbrivo un modo nuovo di approfondimento della vicenda.

Infatti in quell’anno furono editi due lavori: la conferenza di Padre Cirillo Caterino7 tenuta in S. Gennaro il 5 febbraio nella quale l’illustre storico francescano, ricostruì la vicenda della Congiura e del moto insurrezionale in base alle testimonianze lasciate dagli storici precedenti e da notizie che poté attingere direttamente dalla bocca di vecchi frati. Il Caterino seppe parlare al cuore dei semplici e all’intelligenza dei colti suscitando interesse storico e amor di patria.

peluso

Testo della conferenza tenuta il 5 febbraio 1928 nella sede del Circolo Principe Umberto in San Gennaro di Palma, pubblicata a cura del Podestà avv. Giovanni Nappi e del presidente del Circolo dott. Antonio Nunziata

Nello stesso anno fu pubblicata dal docente dell’Università Giuseppe Paladino, “La Congiura del Monaco”8, uno studio condotto sulle carte dell’Archivio di Stato di Napoli. Il Paladino sin dalle prime battute del suo saggio precisò che la storia della congiura e del tentativo rivoluzionario connesso, fino ai suoi tempi non era affatto conosciuta perché gli storici tradizionali erano stati molto generici e non potevano conoscere particolari emersi dalla ricerca archivistica. Altro punto su cui l’illustre storico si soffermò è costituito dal ruolo che il frate ebbe nel corso della vicenda: fu uno degli attori principali e rischiò il capo nell’avventura; più di lui e dei due compagni che riportarono la condanna a morte, altri personaggi architettarono il piano della rivoluzione, scelsero la data ed approntarono i mezzi, ma essi, durante la fase processuale, rimasero piuttosto in ombra.

Alfredo Zazo rinvenne nell’Archivio Segreto Vaticano, nell’anno 1934, quattro Nuovi documenti sulla Congiura del Monaco.9 In tali documenti si evidenziò la reazione del governo allo scoprimento della Congiura e agli atti conseguenti all’arresto di frate Angelo nella Chiesa della Sanità, oltre ai rapporti tesi con il governo di Santa Madre Chiesa e alle conseguenti ricadute su quella Basilica.

Nella nota introduttiva lo Zazo indicò una pubblicazione: T. Gaeta. Tommaso Gaeta e la congiura di Frat’Angelo 1830-1833, Napoli, Diaz, 1934 XII che non abbiamo rinvenuta.

Il dott. Pasquale Nappi dedicò al Frate un capitolo nella sua raccolta “Un paese nella gloria del Sole”10 nel 1938.

Fecero seguito quattro articoli di Luigi Nusco su pubblicazioni locali: Un martire dimenticato: Frate Angelo Peluso11; Bradisismo Rivoluzionario nel Regno delle due Sicilie12; La Congiura di Frate Angelo Peluso13; Aspetti inediti dei moti del 183214. I quattro articoli furono raccolti nel volume Appunti e recensioni15.

Sempre nel 1962 nella Storia dei Borboni di Napoli, Harold Acton così scrive:

Nel 1833 (sic!) venne sgominata la bizzarra “Congiura del frate”. I cospiratori, fra i quali vi erano molti ex deputati del 1820, si riunivano la notte nel Monastero della Sanità sotto la guida di un monaco dallo sguardo magnetico, Angelo Peluso. Ad Ariano, in Calabria e negli Abruzzi ci si preparava a far divampare nella stessa ora le prime sommosse. Acconciamente mascherato sotto i panni d’un Dottor Dulcamara dispensatore di mirabolanti farmaci, Frate Angelo si pose in viaggio per Ariano con una bandiera tricolore, carico di proclami stampati, di patenti e diplomi, di munizioni tanto materiali quanto spirituali. Una massiccia banda di contadini da lui reclutata innalzò la bandiera in una vallata tranquilla, ove egli pronunciò un commovente sermone su tutti i possibili benefici che una Costituzione avrebbe potuto apportare al popolo. Ma, come era già accaduto spesso, qualcuno tradì il complotto e le baionette dei gendarmi posero fine alla beata riunione. E la vicenda terminò prima ancora di essere incominciata: ci furono quasi trecento arresti, ma i pochi condannati a morte vennero graziati, mentre Frate Angelo spariva nel nulla16.

Alquanto ingeneroso il commento dello storico inglese.

Poi da parte dell’Amministrazione Civica, il 4 novembre 1975, ci fu l’apposizione sulla facciata del Convento di San Gennaro della lapide commemorativa con iscrizione dettata da Michele D’Avino, a cui seguì un articolo di Francesco D’Ascoli sulla Bardinella di S. Giuseppe Ves.

Infine la trattazione sintetica della vicenda, in un capitolo della sua opera San Gennaro Vesuviano un cuore antico17 del 1998, da parte di Luigi Iroso, il quale pubblicò, tra l’altro, l’atto di nascita del Peluso, ponendo fine ad un’antica diatriba,

rit

(Angelus=Antonius Peluso - Anno Domini Millesimo Octincentesimoprimo, die decimotertio mensis septembris. Reverendus Don Dominicus Alfano coadiutor infrascripti Parochi huius Ecclesiae S. Michaelis Archangeli Terrae Palmae baptizavit infantem eadem die natum ex Dominico Peluso, et Victoriae Franzese conjugibus huius Parochiae; cui impositum est nomen Angelus=Antonius. Patrinus fuit Jacobus Saviano filius Josephi dictae Terrae. Obstetrix fuit Antonia Bosone dictae Terrae. Dominus Blasius Cassese)18

ma cosa ancor più importante dimostrò, con documenti d’archivio, che sul nostro territorio la fiaccola della libertà era raggiante già ai tempi dei moti del ’20, a cui gli uomini del nostro territorio avevano dato un notevole contributo di partecipazione con i componenti di due sette carbonare “Posteri del Russo” e i “Figli di Astrea”. Della prima facevano parte Luigi D’Ascoli e Pietro Paolo Pesce che saranno i più attivi collaboratori del Frate per la realizzazione del moto rivoltoso dell’Agosto 1832. Oltre a queste due sette presenti nel territorio di Palma Nolana, anche a Carbonara esisteva una non trascurabile setta de “I figli della verità lungi dall’ambizione” con un gran maestro, un maestro terribile e antichi carbonari. La testimonianza è fondamentale per la comprensione dei fatti in quanto spazza via definitivamente tutte le valutazioni di sufficienza nei confronti dei partecipanti locali al moto rivoltoso e quindi dello stesso frate cuciniere. Nessuno di questi era un ingenuo, nessuno fu inconsapevolmente coinvolto, nessuno fu imbrogliato, tutti sapevano che cosa stavano realizzando, tutti sapevano che cosa significasse il grido Viva la Costituzione, un senso che noi oggi, purtroppo, abbiamo smarrito, e sarebbe bene che tutti, in coro, ne affermassimo ancora oggi e per sempre il valore di patto fondante del nostro Stato, anche mettendo in campo ogni azione tesa a preservarla da storpiature o attentati, messi in atto per perseguire interessi di parte.

E’ vero, tornando alla vicenda ottocentesca, che ciascuno dei congiurati cercò poi di scagionarsi o di minimizzare le proprie responsabilità e di confondere le prove o di non implicare inutilmente altri, sia nella fase delle indagini dopo gli arresti, sia durante la celebrazione del processo, davanti al Consiglio di Guerra elevato a Commissione Militare. Ma credo che ciò avvenga in ogni processo e a maggior ragione davanti ad una Commissione Militare. Altra cosa è lo svolgimento reale dei fatti, altra cosa e la verità processuale. Sarebbe opportuno poter valutare il ruolo avuto da Samuele Nunziata, Antico carbonaro, Maggiore della Legione nel nonimestre rivoluzionario, Gran Maestro della setta dei Posteri del Russo, che figura, tra gli arrestati dal Tenente Tito, nell’elenco di 26 persone stilato dal Capitano Quandel, ma che non compare nel processo; sinceramente credo non ipotizzabile che il Gran Maestro della setta più numerosa, presente sul territorio, potesse essere estraneo ad una vicenda così importante che si svolgeva dentro le mura di casa! Sappiamo di certo che nel 1831 con Decreto Reale, firmato dal Ministro all’Interno Pietracatella, il Nunziata fu nominato Primo Eletto a fianco del neo sindaco palmese Pietro Felice Cassese. Ciò fu possibile grazie all’informativa del Sottointendente di Nola che, pur ricordando la sua esposizione nell’epoca vertiginosa dei moti del ’20, poi non aveva più dato motivo di osservazioni sulla sua condotta politica. Allo stato della ricerca non siamo in grado di confermare se fu semplicemente prudente o fu veramente, secondo l’opinione ufficiale, estraneo alla Congiura, il Gran Maestro Nunziata, scagionato durante la prima fase dell’istruttoria processuale e dispensato dal recarsi a Capua per il processo, al quale pur risulta intestata la patente col grado di Colonnello della brigata rivoluzionaria.

Lascia l’amaro in bocca, a chi elabora la storia di questa vicenda, il fatto che si debba attingere all’unica fonte delle carte di polizia con deposizioni talvolta estorte o tese a minimizzare vicende e responsabilità da parte degli accusati, o al più alle Relazioni del Commissario del Re funzionante da pubblico accusatore nel processo davanti alla Commissione militare. Anche le carte processuali, e addirittura la sentenza, sono andate incomprensibilmente disperse. Non si conoscono perciò le posizioni della difesa e ciò fa crucciare ulteriormente chi cerca di ricostruirne la storia nel modo più distaccato ed oggettivo.

Bisogna qui ricordare che nel 1889, in occasione della fondazione della Società Operaia “Angelo Peluso”, fu stampato un Libretto Personale contenente note biografiche sul Frate rivoluzionario, ma non è stato possibile reperirlo. Fu pure coniata una medaglia, di cui mi fu donato un esemplare da Don Tommaso Nappi, di venerata memoria, che fu Sindaco di San Gennaro nel disastrato secondo dopoguerra. A mia volta regalai quella medaglia al maestro Domenico Peluso che raccoglieva i cimeli di Frate Angelo e della Congiura.

Speriamo di poter ritrovare, a breve, ben esposte le carte, gli oggetti, i testi, insieme col quadretto ottocentesco, in un’apposita sala della Biblioteca, in modo che i giovani possano vedere, possano sapere, possano comprendere.

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Quadretto ottocentesco raffigurante frate Angelo Peluso

 

LE PRIME MOSSE DELLA CONGIURA

Le prime mosse della Congiura si devono far risalire al dicembre 1830, quando si parlava della massima stabilità e del non intervento tra le potenze, dopo che la rivoluzione di luglio aveva portato su trono di Parigi Luigi Filippo d’Orleans come Re dei Francesi.

L’ascesa al trono, avvenuta l’8 novembre 1830, del giovane Ferdinando II di Borbone, alla morte di Francesco I, e le misure emanate per mitigare le asprezze del passato governo reazionario, accesero le aspettative dei liberali, tanto più che il 18 dicembre dello stesso anno fu concesso agli espatriati, agli esiliati e ai relegati per cause politiche, di poter rientrare in patria o di ottenere la libertà.

Così un numero notevole di persone estromesse poté rientrare nei propri posti.

Ma ciò evidentemente non bastava. Chi aveva assaggiato la libertà non poteva accontentarsi di misure concesse senza riconoscimento di diritti.

Un sabato mattina del dicembre 1830 si incontrarono nel Tribunale napoletano tre patrioti Vito Porcaro, Matteo Vassallo e Tommaso Gaeta i quali si diedero appuntamento a casa di Filippo Agresti alla salita vecchia di Capodimonte. Nel luogo fissato oltre il padrone di casa e i tre menzionati si trovarono pure Vincenzo Minichini da Nola e Giovanni Coluccio da Avellino.

L’Agresti ufficiale dell’esercito aveva aderito alla Carboneria ed aveva partecipato ai moti del 1820, dopo la reazione era stato collocato nella terza classe, con uno stipendio ridotto ad un terzo.

Anche Tommaso Gaeta si trovava in analoga situazione e dopo aver perso il posto era stato costretto ad esercitare le professione forense.

Vito Porcaro, giovane avvocato, era figlio di tal D. Michele Porcaro da Ariano, condannato a 25 anni di ferri per aver partecipato ai moti di Monteforte del ’20, poi commutati in sei anni di relegazione nell’Isola di Pantelleria, dalla quale fu liberato con l’avvento al trono di Ferdinando II.

Vincenzo Minichini, avvocato, fondatore e capo di una vendita carbonara in Santa Maria la Nova, era il fratello dell’Abate Luigi, organizzatore dei moti di Nola a cui aveva anch’egli partecipato, e perciò era stato relegato all’isola di Pantelleria da dove era tornato in seguito ai provvedimenti del neo-re.

Nell’incontro i sopra menzionati convennero che i tempi erano maturi per una rivoluzione e ognuno mise sul tavolo le sue possibilità di intervento.

Colucci avrebbe esplorato le possibilità nella provincia di Avellino, mentre il Gaeta e il Vassallo dichiararono di conoscere in Napoli molte persone desiderose di mutamenti politici.

Il Minichini intervenne anche a nome di due studenti calabresi Colella e La Terza, membri di una società segreta denominata “Cavalieri del sole”, ospiti del Convento della Sanità, i quali facevano sapere di avere molti mezzi nella loro provincia per cooperare alla rivoluzione.

Domenico Colella e Girolamo La Terza erano ospitati nel Convento dove Angelo Peluso svolgeva il compito di frate cuciniere, un frate laico eppur professo. I due studenti poterono scorgere la tendenza liberale del frate e subito stabilirono con lui contatti più stretti, fino a fargli conoscere altri due componenti della setta dei “Cavalieri del sole” i calabresi Agazio Teti e Francesco Le Mene che presero anch’essi a frequentare il Convento della Sanità.

Vito Porcaro si impegnò a muovere gente in Ariano.

Lo scoppio dei moti nello Stato Pontificio del febbraio 1831, con la secessione dallo Stato della Chiesa, e la nascita dello Stato delle Province Unite Italiane, represso dall’intervento armato austriaco del mese di marzo 1831, allertò i rivoluzionari napoletani con la speranza che i confini della rivolta si estendessero. Ma la situazione peggiorò quando il ministro di Polizia Intonti, che voleva riforme più liberali, fu sostituito dal Marchese Francesco Saverio del Carretto.

Questi, dispose subito un impeccabile servizio di vigilanza come se una rivoluzione dovesse scoppiare da un momento all’altro. Nelle frequentissime riunioni del ministero tra febbraio e marzo 1831, su esplicita richiesta del sovrano, furono prese misure atte ad assicurare rispetto e protezione per la religione, giustizia imparziale per tutti, stretta economia nelle spese, sorveglianza sui malintenzionati.

Intanto la cella del frate cuciniere nel Convento della Sanità diventò il centro di riunione dei congiurati e, sin dall’estate del 1831, vi si recò spesso anche Luigi D’Ascoli, un amico d’infanzia del frate, ma anche carbonaro riscaldato già ai tempi dei moti del 1820. Aveva fatto parte della setta denominata Posteri del Russo e, se i nomi non si scelgono a caso, significava che i seguaci di quella setta avevano un modello nel loro concittadino martire del 1799, Vincenzo Russo: e in tal modo si facevano portatori delle sue idee. Il D’Ascoli era scampato alla condanna come i tanti che riuscirono a sfuggire alla repressione; appare evidente che il personaggio aveva poco da apprendere dal frate. Piuttosto possiamo asserire che entrambi condividevano lo spirito della rivolta che spingeva i patrioti alla ribellione per ottenere il riconoscimento dei diritti costituzionali. Il D’Ascoli condivise la causa e fu messo al corrente della rivolta che si doveva organizzare; più volte si recò a Napoli ed ebbe modo di constatare, come poi confermò nell’interrogatorio, che il frate aveva frequenti convegni con persone ragguardevoli. In uno di questi incontri il frate gli confidò di essere in corrispondenza con Michele Porcaro di Ariano, che poteva riunire tredici o quattordicimila uomini.

Nell’estate 1831 i congiurati ebbero frequentissime riunioni e mandarono anche i due studenti Colelli e La Terza in Calabria, probabilmente perché convinti di far scoppiare il movimento alla fine del 1831 o agli inizi del ’32. I due giovani furono ben presto scoperti, si rifugiarono a Pedace, presso un tal Francesco Piratino che li denunciò. Subito arrestati furono tradotti a Napoli nelle carceri di S. Maria Apparente.

Vito Porcaro rivelò poi che alla fine di Ottobre del 1831, trovandosi a Porta Capuana, vide Antonio Montano che era stato in carcere col padre Michele Porcaro e che recentemente era tornato dall’esilio; i due concordarono di vedersi più tardi nelle paludi al Ponte della Maddalena. Al convegno intervenne anche Nicola Luciano, anch’egli reduce dall’esilio al quale era stato condannato per i fatti del ’20, ed un barbiere di cui non conosceva il nome, ma che poi risultò essere Salvatore Marino.

Il Montano asserì che vi erano persone disponibili a sborsare il denaro necessario per un moto rivoltoso, al che il Porcaro dichiarò che avrebbe messo su un tentativo in Ariano.

Il giorno successivo si incontrarono a casa di Francesco Vitale e tutti insieme decisero di attenersi a quanto avrebbe fatto il Montano, che era più esperto; anche il Vitale si impegnò a fare quanto era nelle sue possibilità per la riuscita del progetto rivoluzionario.

Agli inizi di novembre ci fu un’altra riunione, sempre alle Paludi, alla quale intervennero il Montano, il Marini, Giambattista Santoro e Gennaro Marino, gendarme a cavallo espulso dal corpo nel 1824, e altri. Nella riunione fu stabilito come doveva essere portato avanti il lavoro nelle province, e così, dopo tre giorni, una delegazione composta dal Montano, dal Santoro e da Salvatore Marino si recò a Caserta. Lì i tre patrioti si incontrarono con Pietro Musone di Casapulla, un altro veterano dei moti del 1820. Questi aveva fatto parte del reggimento Borbone Cavalleria, poi aveva seguito il Morelli, un condannato a morte che ebbe la grazia della vita e fu relegato alla Favignana da dove era tornato nel luglio 1831.

Il Montano rese partecipe il Musone dei preparativi in corso e gli disse dei rapporti esistenti con uomini della provincia di Cosenza, attraverso gli studenti che conosciamo, e gli propose di entrare nel complotto e di reclutare seguaci. Il Musone si attivò contattando il tipografo Giamone.

La propaganda si estese anche a Scafati, dove i due Marino insieme con Montano e Ferrante volevano consegnare una lettera che non poté essere recapitata per l’assenza del destinatario, allora passarono a Castellammare, dove, in casa di Nicola Valle, si incontrarono con oltre dieci persone che furono messe a parte del progetto di una rivoluzione ormai prossima; all’adesione del gruppo furono distribuiti incarichi: Michele Cioffi comandante, Salvatore Marino aiutante di campo.

AZIONE DI REPRESSIONE PREVENTIVA DELLA POLIZIA

Ma la polizia di Del Carretto non se ne stette inerte e ben presto procedette a fa bene il suo mestiere: con l’arresto e la confessione del Santoro ebbe conoscenza degli incontri tenuti a Napoli e nelle province, pertanto proseguì con gli arresti; tra le persone private della libertà figurava anche il nome del Montano. Di costui non abbiamo ancora detto che era stato, e forse lo era ancora, a capo della Vendita Carbonara “Muzio Scevola” di Nola, che da sola era giunta a contare oltre cento adepti, senza enumerare i componenti delle altre vendite presenti in città “Pace”, “Campania Felice” e “I Carbonari di Monte Sacro”. Il Montano, espulso dall’esercito, aveva aperto un caffè in piazza Duomo a Nola, divenuto ben presto covo di carbonari; nella stessa piazza affacciava pure la sede della Sottintendenza collocata nell’edificio al lato sinistro della Cattedrale.

Furono pure arrestati altri otto personaggi, tra cui Andrea Infante di Aversa e il farmacista nolano Camillo Sepe, entrambi condannati alla pena capitale per i fatti del ’20 e poi relegati nelle isole Egadi, alla Favignana.

Ancora in base a quanto il Santoro aveva rivelato e a ciò che aggiunse Musone, si procedette all’arresto di Giuseppe Sacco, nostromo di bombardiera, ed altri dieci accoliti. I nuovi arrestati, con le loro rivelazioni causarono, a loro volta, arresti a cascata che sarebbe troppo lungo qui richiamare; fu anche evidenziato il ruolo di Vincenzo Minichini e di altri che pure furono arrestati. Il Minichini chiese la completa immunità, ma non l’ottenne.

Bel colpo per la reazione borbonica. Tutti i detenuti rimarranno nelle galere borboniche fino all’emanazione della sentenza di assoluzione del 25 ottobre 1832, ben due mesi dopo lo svolgimento del moto rivoltoso dell’agosto ’32. Il Montano, nel febbraio 1834, avrebbe trovato rifugio nella Reggenza di Tunisi, dove vivevano all'incirca 8000 esuli europei. Un terzo di loro erano italiani e provenivano dalle più disparate parti d'Italia: dalla Sicilia, dalla Campania, dalla Toscana, dalla Liguria. Nello stesso anno vi troverà rifugio il giovane esule nizzardo Giuseppe Garibaldi che, nell’ascoltare dalla bocca di Antonio Montano il racconto delle vicende della Congiura di Frate Angelo Peluso e delle sofferenze inflitte ai condannati, proverà vera e profonda commozione.

Sebbene i numerosi arresti, a cui abbiamo fatto cenno, decimassero il numero degli adepti, i preparativi della Congiura non si arrestavano; la cella del frate era luogo sicuro e vi si svolgevano gli incontri sempre più frequenti dei congiurati.

Nel luglio 1832 il Frate lasciò il Convento della Sanità e si recò a S. Gennaro, dove ebbe colloquio con Luigi D’Ascoli, lo rassicurò dicendogli che il moto insurrezionale sarebbe scoppiato il 19 agosto, e gli affidò il compito di raggruppare quanta più gente possibile, da tenersi pronta per tale data. Anche l’11 agosto era a San Gennaro da dove, accompagnato da Ferdinando di Sisso e da un altro frate laico, si recò poi a Sarno, al mulino di Foce, per incontrar persone.

TENTATIVO RIVOLTOSO IN ARIANO

Anche ad Ariano, sin dal mese di maggio molte persone si riunivano a casa di Michele Porcaro, alcune si incontravano di giorno, altre nel cuore della notte, talvolta scavalcando muri o entrando da ingressi secondari, talune armate, altre uscivano di soppiatto prendendo opposte direzioni. Un andirivieni che allarmò la vigilanza.

Non mancò una segnalazione di una persona di fiducia all’Intendente della Provincia di Principato Ulteriore, recapitata il giorno 15 agosto, con la quale venivano annunciate prossime azioni rivoltose in Ariano. La lettera riportava le seguenti testuali parole: fate sapere al Sig. Intendente che tra domani e posdomani si farà una rivolta che è mossa da Ariano. L’Intendente da Avellino partì subito accompagnato dal comandante della Gendarmeria Reale e si recò sul posto, ma non constatò nulla di strano. Il giorno dopo, al rientro, scrisse a Del Carretto: non circola alcuna voce relativa ad affari politici, tranne quella relativa all’apparizione di una flottiglia francese nell’Adriatico. Lo stesso Vescovo e il Sottointendente del Distretto assicuravano la piena tranquillità.

Per misura precauzionale l’Intendente ordinò l’identificazione di tutte le persone provenienti dalle Puglie. Aggiunse infine che, essendo state convocate presso l’Intendenza ad Avellino D. Michele Porcaro e D. Fedele Carchia sin dal 14 agosto, appena presentati sarebbero stati trattenuti fino al cessato pericolo.

Insomma le autorità vennero messe in allarme. Addirittura il Commissario di Ariano il 22 Agosto comunicò al Ministro di Polizia che la domenica precedente, cioè il 19, alle ore 22 fu recapitata a casa sua una lettera datata Napoli 31 luglio, da un individuo sconosciuto. La missiva, essendo lui destinatario assente, fu consegnata nelle mani della moglie dell’Ispettore di polizia: Caro fratello qui si dice che la notte de’ 19 Agosto una forza di ottomila uomini da Benevento verrà in Ariano a muovere una rivoluzione. Unitevi colle autorità e vegliate sempre. D. Michele Porcaro partirà un giorno prima per Benevento. Firmata Aff. Sorella Vincenza Cella19.

Perché aveva impiegato tanto tempo? Mistero!

Il Carchia alla chiamata dell’Intendente si era subito presentato, mentre Michele Porcaro, adducendo pretesti contraddittori, si presentò solo la sera del 23.

Intanto era trascorsa la data fatidica della notte tra il 18 e 19 agosto.

Vediamo che cosa era successo.

Michele Porcaro aveva fatto finta di partire alle ore sei della notte tra il 18 e il 19.

Il Sotto Intendente telegraficamente chiese assicurazione che fosse giunto ad Avellino, ma con lo stesso mezzo seppe che non vi era giunto affatto e con la notizia giunse anche l’ordine di arresto.

In quella notte un ufficiale partì dalla masseria “La Torretta” con Michele Porcaro e col figlio Vito.

Nel giorno 18 fu preso in prestito un cavallo da sella che fu usato dal giovane Porcaro e restituito dopo quattro giorni sommamente maltrattato.

Vito si era recato a Benevento e in altri Comuni del Distretto spargendo voci allarmanti, promuovendo sedizioni e ricercando seguaci.

Nella stessa notte una trentina di persone si erano riunite nel bosco “La Ferrara” nel Distretto di Bovino, limitrofo ad Ariano, tra esse c’erano due aderenti del Porcaro.

In Montecalvo cinque persone tra cui un notaio e due farmacisti si erano permessi di dire che era imminente un cambiamento di governo per uno sbarco di Francesi e di Inglesi.

Fu pure appurato che un agente del Porcaro il giorno 15, insieme con un vetturino, era andato a Monteforte a prelevare due persone provenienti da Napoli di cui una in divisa di capitano (Filippo Agresti) ed uno in borghese (Domenico Morici). In quella stessa sera dalla casa del Porcaro era uscito un uomo conducendo un mulo carico di fucili.

Ricevute queste informazioni il 28 agosto, immediatamente il Del Carretto ordinò all’Intendente di Avellino di procedere all’arresto di Michele e Vito Porcaro, del Carchia e di quanti altri credesse opportuno segregare nelle patrie galere. Ordinò pure che fossero messi in atto gli opportuni accorgimenti, affinché gli arrestati venissero tenuti in isolamento.

L’Intendente tre giorni dopo comunicò l’arresto del Carchia e di Michele Porcaro reclusi in separate prigioni in Avellino e anche di Vito, prima tenuto ad Ariano e poi ad Avellino in altra prigione. Poi aggiunse:

Nel mentre comunicò di aver disposto l’arresto di altre tre persone, mise in evidenza che quali che fossero stati i concerti de’ faziosi, vennero stornati dalla corsa che egli fece ad Ariano. L’andata in Ariano dell’Intendente aveva scoraggiato i più, aveva troncato le fila dell’empia trama, aveva avvilito i perplessi, e fatto cangiar pensiero agli altri sciagurati che erano ancora ignoti20.

Si procedette ad altri arresti, almeno altre dieci persone finirono in prigione.

AZIONE RIVOLTOSA NEL DISTRETTO DI NOLA

Ed ora ritorniamo al Distretto di Nola.

Il 17 agosto frate Angelo Peluso uscì dal Convento di Santa Maria la Sanità e spedì tre lettere; due scritte da Francesco Vitale e una da Tommaso Gaeta: i destinatari erano Antonio De Vito di Marigliano, Vincenzo Guarino di Solfora, Saverio d’Ambrosio di San Giuseppe di Ottajano. Poi si recò a S. Gennaro e il giorno seguente, il 18, ebbe un incontro col D’Ascoli e con altri in casa di costui. Mostrò dei manoscritti che si dovevano affiggere, delle patenti stampate solo nell’intestazione e il resto della dicitura a penna tutta in francese.

Il frate aveva con sé tre tagli di tela fina di tre colori: bianco, rosso e verde con fettucce di corrispondente colore. I congiurati diedero incarico al sarto Aniello Criscuolo di formare una bandiera, al che quello replicò che poteva essere fatta anche in montagna; dopo di che il frate espose il piano: “Assembrati gli uomini del Distretto di Nola, bisognava raggiungere il campo formato presso Montevergine, in un luogo che non poteva essere colpito dall’artiglieria, dove si sarebbero trovati uomini, armi e vettovaglie, per cura di un generale con due ufficiali inviati sopra luogo”.

La mattina seguente il Frate si recò a Sarno per far proseliti, ma inutilmente. Il che nulla importava, perché era deciso che la prossima sera si doveva partire. Bisognava ricordare alle persone aderenti di esser pronte con le armi, e a chi non le aveva, di procurarsele. Furono dati i proclami al maestro Pasquale Annunziata per farne copie. Fu inviato un messo ad Angelo Romano a Lauro per chiedergli, in nome di frate Angelo, se era pronto per la sera. Poi si recò a casa di Ferdinando Cozzolino per farsi radere la barba, dove svestì il saio per indossare abiti civili, mostrò i programmi e quattro patenti scritte in francese di cui una col grado di Colonnello e datata Parigi 11 Maggio 1831, intestata a Samuele Nunziata che era il Gran Maestro de “I Posteri del Russo” e ricopriva l’incarico di primo eletto, mentre a lui Peluso era riservata quella col grado di Capitano; giustamente rispettate le gerarchie .

La sera convennero nel luogo detto carceri, dietro o al lato del Convento di S. Gennaro oltre il frate e Luigi D’Ascoli anche Pietro Paolo Pesce, Pietro Annunziata, Ferdinando Cozzolino alias lo Polliero, Daniele Lessa, Aniello Criscuolo, Pietro Romano, Pasquale Annunziata, alias Mezzacocchia, Gabriele Annunziata, Andrea Tuccillo, Felice Annunziata, Pasquale Iovino, Filippo Sepe, Domenico Vitale ed altri. Parte di essi armati di schioppi e i rimanenti provveduti di sole mazze; sopraggiunsero altre persone che pure erano attese. Si aspettarono anche altri che dovevano giungere da S. Anastasia con un carico d’armi. Il numero dei convenuti raggiunse circa cinquanta, allora si avviarono in direzione della masseria del D’Ascoli dove altre persone nascoste dietro una siepe si associarono alla banda. E di là, passando sotto le finestre del conte Narni a Pozzo Ceravolo, si diressero verso la montagna di Taurano.

Giunti alla masseria di Don Gaetano Pandola in Fontenovella, tenuta in affitto da Angelo Romano, altro carbonaro di Taurano, si fermarono. Alcuni, tra cui il Frate, Pietro Paolo Pesce, il D’Ascoli e qualche altro, entrarono; il Romano disse al Frate di rimanere con qualcuno e, osservando che essendo ormai giorno, aggiunse che conveniva battere la strada per la montagna, fissando il luogo dell’appuntamento all’Acqua di santa Cristina, per giungere alla quale diede loro una guida. Allora il Frate uscito dalla casa con un sigaro in bocca disse: “Allegri figliuoli, noi non andiamo a prendere il tesoro, ma a fare la Costituzione: ora io vado in questi paesi e riunisco più di trecento persone. Avviatevi che vi raggiungerò tra non molto”. Affidato il comando del gruppo a Luigi D’Ascoli, col compito di proseguire per la montagna, mentre lui, Frate Angelo, andava a riunire altri uomini. Si sarebbero poi incontrati sulle montagne di Moschiano.

Il Frate si intrattenne ancora per qualche giorno nella Montagna di Taurano, almeno fino al 23 Agosto dormendo la notte del 20 nella pagliaia di Andrea Mercolino alla cui custodia affidò alcune patenti e altri oggetti che saranno poi sequestrati dalla polizia.

Luigi D’Ascoli, a capo del resto dei rivoltosi, proseguì la sua marcia nel luogo stabilito, dove giunse alle prime ore del 20 agosto. Lì il maestro di scuola Pasquale Nunziata, che, inerme, seguiva la banda rivoltosa “leggeva ai suoi compagni una carta venuta di Francia e ne eccitava l’entusiasmo raccontando che due generali francesi erano i regolatori delle mosse dei congiurati”. Gli uomini si divisero poi in gruppetti e girovagarono per i monti, in attesa di eventi, e ciò fecero fino a sera quando, non avendo ricevuto riscontri, sciolto l’assembramento, ognuno se ne tornò nella sua abitazione.

DALLE CARTE DI POLIZIA

Ma l’allarme della Polizia di Stato era ormai scattato con la Relazione di Roberto Betti, Sottointendente del Distretto di Nola, inviata a Caserta e di lì a Napoli il 21 Agosto come “riservata pressantissima” e da quella fittissima corrispondenza intercorsa tra gli organi dello Stato, che, solo in minima parte, ora vi leggono gli studenti del Liceo Scientifico “Caravaggio”di San Gennaro

Nola, 21 agosto 1832. Al Ministro di Polizia a Napoli

Fo punto per notizia che raccolgo da persone di Piazzolla e di Palma che debbo entrare in sospetto che molte persone armate questa notte sono usciti dagli abitati suddetti di Piazzolla e dai Borghi di Palma ed han preso la via di Sarno e dell’alture di Taurano. Si vuole estendere il numero di tali persone ad oltre di cento e vi si vuole aggiungere la circostanza che un tal fra Angelo del Convento della Salute nella capitale si trovi tra quelle persone con una bandiera rivoltosa. Non perdo un momento di tempo nel comunicare a lei queste notizie cosi determinate e senza un positivo fondamento come le ho raccolte, nella prevenzione che nel momento istesso vado sopra luogo con la maggiore celerità possibile per assicurarmi di ciò che ci sia di vero o di fogiato, ed immediatamente che avrò acquistato delle notizie positive per confirmare o negative queste voci per espresso farò a lei conoscere l’occorrente come con la presente.

Il Sottintendente del Distretto di Nola Roberto Betti21.

Come la notizia giunse a Napoli, il Ministro dell’Interno Francesco Saverio del Carretto immediatamente tornò a darne parte a sua Maestà il Re Ferdinando II di Borbone, domandandogli il permesso che, qualora fosse arrivata la conferma, dopo questa prima notizia, egli in persona sarebbe partito la notte stessa. Intanto il Del Carretto spedì il dott. Coletti a Sarno e paesi circostanti per esplorare e fare rapporti nella notte stessa.

Anche il marchese di Sant’Agapito Giuseppe Caracciolo, che era l’Intendente della Provincia di Terra di Lavoro, andò in allarme a Caserta, ma ritenne che si dovesse attendere un secondo rapporto che, auspicabilmente, smentisse le voci, tanto più che nessun allarme era venuto dal Comandante delle Armi della Gendarmeria Reale. Infine spedì, per espresso, un ordine di gendarmeria per raccogliere distinte e positive nozioni della cosa ed aggiunse al suo rapporto:“ove nel corso della vegnente notte non sia accertato ottimamente, prima che spunti il giorno mi troverò sopra luogo”.

Il Maggiore Comandante del quinto battaglione della Gendarmeria Reale Luigi De Rosenheim, di stanza a Caserta, comunicò che “pur non avendo ottenuto nessun rapporto dal Tenente Tito, nessuna comunicazione, pur tuttavolta parte al momento onde assicurarsi dei fatti”.

L’Amministrazione Comunale di Moschiano, tramite l’ufficio di polizia, il 21 Agosto 1832, fece pervenire il seguente rapporto:

Appena che ieri sera intesi che, alla volta della Montagna delle Valli Fredde erano state vedute più persone armate scorrere la campagna, ho cercato di approfondire le indagini sul loro andamento ed ho avuto i seguenti risultati dietro gli informi presi.

Dominico D’Alia di questo comune ha detto che nel luogo detto Pianola,tenimento di questo stesso comune, ieri mattina, ad un’ora fatto giorno circa, vide da circa quindici persone armate, che non conobbe. Delle quali: quattro erano in una vigna, circa dieci in un promontorio ed due in mezzo ad un viale, che ne conduce nel demanio comunale,di questi due sembrogli esservi uno scalzo, ad onta che la sua condizione nulla avesse comportato.

Seguitando a camminare intese da queste due persone che s’aspettavano nelle vigne – Uè Uè vui loco stati, e poco dopo intese darsi un segno con un modo di fischiare detto ‘’luccaro’’(fischiettare a mo’ di cardellino).

Angelo Bonaiuto anche di questo Comune ha detto, che in una vigna di Don Marco Fortino, nella stessa ora indicata dal D’Alia, forse quelli stessi dal medesimo D’Alia veduti, ha visto dieci persone armate.

Pasquale Bonaiuto del pari di questo comune, nella stessa contrada indicata dai suddetti D’Alia e Bonaiuto, videro tre persone delle quali una era armata,e gli domandarono dove guidava quella strada, e se aveva veduti altri di lor compagnia. Il Pasquale gli disse che quella strada ascendeva sulle Valli Fredde, e che compagni non ne aveva veduti. Le ignote persone seguitarono quindi a camminare per la strada della Valli Fredde.

Il ragazzo Aniello Corcione ha deposto che stando nel luogo detto Ventarole vide circa venti persone armate, che affatto non conobbe, uno dei quali gli impose di non dire che eglino avevano per colà passato.

Agnesa Mazzocchi ha fatto conoscere che poco lungi dal luogo indicato dal D’Alia, e i due Buonaiuto, in una sua vigna aveva veduto circa dieci persone armate, delle quali quattro sembravano vecchi ed uno era giovane, ma disarmato.

I suddetti D’Alia, Buonaiuto, Corcione e Mazzocca sònosi trovati d’accordo sulla maniera di vestire.

Uniformemente hanno detto che pochi vestivano calzoni lunghi, la generalità vestiva calzoni corti, di vile condizione, uno col bombè e tutti gli altri con cappello di lana ruvida. Sembra a me che son quelli stessi che vide il ragazzo Corcione perché era la strada che ciascuna porzione di essi battevano per passare alle Ventarole.

Debbo aggiungere che tutti assieme presero la direzione delle Valli Fredde.

Provvidenzia Manfredi poi ha detto che in un altro luogo detto Pendino distante da quelli indicati per più di un miglio vide da circa 25 persone anche armate alle ore 12:00 circa dello stesso giorno di ieri che prendevano anche la volta delle valli fredde. A costei gli fu dimandato se conosceva l’uccisore di Petrucci di Quindici , e qual era la strada che dovevano battere per recarsi in un'altra montagna detta Pratella. La Manfredi gli rispose che l’uccisore di Petrucci non esser di sua conoscenza, perché non suo paesano e che per andare a Pretella dovevano battere piuttosto la Montagna di Albano, ed a questi dissero quelli “No, là ci sono andate altre persone”.

Seguitando il cammino per la vetta del monte giunsero alle valli fredde e presero la direzione de’ demani di Quindici, ovvero Pratella ed Albano, che hanno una immediata comunicazione col Principato Citra, e le valli fredde col Principato Citra e Ultra. Credo con molta probabilità che le due comitive armate vedute in due diversi punti (Ventarola tenimento di Moschiano) (Valli Fredde tenimento di Quindici) abbiansi andate a riunire nelle Montagne di Quindici perché quella direzione mi è stata indicata dalle persone che ho fermato22.

Sappiamo da una nota d’Archivio che immediatamente due colonne mobili furono spedite pei sottonotati punti:

  • Pianola tenimento di Moschiano

  • Demanio Comunale

  • Vigna di Don Marco Fortino

  • Vallifredde demanio di Quindici

  • Ventarola

  • Vigna di Teresa Mazzocca

  • Luogo detto Pendio

  • Pratella demanio di Quindici

  • Albano demanio di Quindici limitrofo a Sarno23

Da Palma 22 Agosto 1832

Eccellenza, ieri sera, a circa un’ora di notte, fui, oretenus, avvertito da questo giudicato regio e capo urbano, che, a circa un quarto pria di far notte, erano state vedute da dieci persone armate di schioppi, nel luogo dove si dice Vallone del Tuoro, in questo tenimento che conduce nel Borgo di Vico.

Immantinente mi recai nel descritto luogo, diunito alla brigata di mio comando, nonché al sottocapo urbano, ed un numero competente di urbani, ma perlustrato non solo il sito in parola, ma si bene molti punti adiacenti a detto Borgo di Vico, ed al comune di Carbonara, invano furono adoprati i nostri sforzi, da poiché nulla fu rinvenuto.

Passo ciò alla sacra conoscenza dell’Eccellenza Vostra in adempimento del mio dovere.

Il comandante della brigata Domenico Pennetti24.

La sera stessa, sempre del giorno 21 Agosto 1832, il sottointendente di Nola scrisse un nuovo rapporto nel quale dimostrò di essersi attivato e di aver verificato che le notizie riferite nel precedente rapporto dovevano considerarsi esagerate, in quanto egli aveva potuto verificare che le persone, indicate come capi e componenti l’associazione criminosa erano nelle loro abitazioni.

Ho verificato particolarmente che erano presenti un tal Luigi D’Ascoli di San Gennaro, e Ferdinando Cozzolino di detto sobborgo che si denotavano come capi, di un tal Francesco Catapano di Pozzo di Ceravolo con quale io ho parlato e che mai si è allontanato da quel luogo, come mi si faceva tener per certo25.

Betti dichiarò di avere perlustrato in lungo e in largo il territorio del distretto, fin ai confini con Sarno, ma nulla aveva potuto appurare.

Solo da parte del caporale di gendarmeria residente in Lauro fu riferito che un tal Angelo Romano, alias Cuciniello, gli aveva detto che “nella notte dal 19 al 20, verso le cinque, molte persone armate del numero di 50 in 60 eransi portate nel suo territorio, e, non avendo trovato lui, avevano obbligato il suo garzone a fargli da scorta sino alla montagna di Taurano, dove lo licenziarono avviandosi verso la strada del Conciatojo”26.

Per comprendere la natura della banda armata dovranno essere svolti ulteriori ricerche che Betti si impegna a praticare e di cui farà rapporto come pure riferirà sulle ulteriori verifiche da esaurirsi in Pozzo di Ceravolo in Piazzolla e in San Gennaro.

Il Post scriptum della lettera annuncia che mentre stava per spedire il rapporto gli pervenne la comunicazione del giudice Di Lauro il quale dichiarò che dal sindaco di Moschiano era stato informato dell’apparizione delle persone armate il cui numero ascendeva a circa 50.

Del Carretto il giorno 22 agosto accusò ricevuta dei rapporti e invitò il Sottintendente a proseguire con zelo il suo compito, affinché potesse scoprire la prima scaturigine, onde potersi adottare quelle misure di fermezza e di prudenza che il caso esigeva, e che erano necessarie per porre termine a quella mania che si andava di nuovo agitando, di farsi giuoco dell’altrui credulità per turbare le menti con perfide invenzioni27.

Il Ministro della Polizia di Stato scrisse al Commissario Napoli 25 Agosto.

Viene costà il sig. Capitano Quandel, dicchè la prevenni a voce, per affiancare tutte le operazioni s’hanno a farsi in conseguenza dell’istruzione compilatasi costà, sulla riunione di armati posta in cotesto distretto la notte de’ 20 del corrente, e benanche per recarsi nei due Principati semai l’istruzione medesima richiederà che vi si facciano operazioni conducenti allo scoprimento ed arresto dei malvagi.

Il celebre Frat’Angelo è dunque il capo del gran disegno: se capita nelle mani starà fresco!

Per averlo ne ho dato particolare e riservatissimo incarico all’Ispettore Commissario Morbillo, poiché si è reso più difficile dalla notizia che avrà egli trovata in Convento, dalla ricerca che ne fece la polizia per antecedenti notizie pervenutale al fatto della notte del venti corrente.

È di tutta importanza per scoprire il rifugio, che il Tenente Tito si conduca subito in compagnia dell’uomini e si è presentato ed ha svelato l’orditura del fatto, al Cardinale per appurare le giuste indicazioni della carrozza che prese il Frate medesimo per condurlo qui nella sua fuga, val quanto dire di dov’era la carrozza, di qual padrone e la direzione che prese nell’andar via eseguendo tutto ciò che non fosse lontano dal e nel Distretto e mandando subito per espresso le notizie qui e altrove, che possano condurre allo scoprimento desiderato28.

Ringraziamo questi giovani che attraverso le loro letture hanno fatto vivere, con l’immediatezza dei documenti, lo stato di allarme ingenerato sin nelle più alte sfere governative:

ALLARME NELLE ALTE SFERE

Il Ministro del Carretto si fece autorizzare dal Re a recarsi sul posto, se ce ne fosse stato bisogno. Intanto sui luoghi si recarono il Maggiore della Gendarmeria, Luigi di Rosenheim, l’Intendente di Caserta Giuseppe Caracciolo, Marchese di Sant’Agapito, e il comandante delle armi in Terra di Lavoro, Generale Huber.

Misero tutto il territorio sotto la lente di ingrandimento, incominciarono ad effettuare arresti. Lo stesso ministro inviò il Commissario Marchesi che ben presto lo rassicurò sulle capacità delle autorità locali di tenere sotto controllo il territorio.

I responsabili della sedizione a questo punto dovettero incominciare a temere e primo tra tutti i capi Frate Angelo e Luigi D’Ascoli. Del Carretto aveva scritto: “Il celebre Frate Angelo è dunque il capo del gran disegno: se capita nelle mani starà fresco”.

Fu diffusa la notizia ad Ottaviano da un tale di nome Angelo Perillo, il quale affermò che era avvenuta una cospirazione contro il governo e che a Lauro si era proclamata la libertà, inoltre aggiunse che un tale Luigi D’Ascoli si era rifugiato nella masseria dei signori Rizzi tenuta in fitto da Giuseppe Annunziata. Il Perillo, preso dalle guardie, fu costretto ad accompagnarle alla masseria, ma, mentre si avvicinavano al luogo citato, cominciò a gridare la ragione della venuta. Il D’Ascoli ebbe così modo di scappare lanciandosi da un muro, ma nella caduta dovette slogarsi il piede. Fu costretto a nascondersi in altro luogo, dove poi fu preso dalla polizia, insieme con due donne sue parenti. Condotto a Nola presso l’Intendenza fu sottoposto a vari interrogatori

Il 24 agosto Pietro Romano si presentò alla polizia di Nola per rivelare quanto sapeva, poi fece recuperare gli uffici criminosi nel pagliaio del suo colono Andrea Mercolino.

Intanto sulla montagna continuavano ad apparire armati: il giorno 22 agosto furono vedute 15 persone armate provenire dalla provincia di Avellino e transitare per il tenimento di Bracigliano onde, col beneficio dei folti boschi, non esser veduti da alcuno. Chi erano costoro? Al momento non ci è dato sapere, gli storici dicono che erano le stesse persone.

Ma quelle persone erano di là scese la sera del 20 e il Sottointendente Betti le aveva poi riscontrate nelle loro abitazioni! Evidentemente erano altri gruppi di rivoltosi che, ignari di quanto accaduto, giravano per i monti per ricongiungersi alla banda ormai disciolta.

Intanto, il D’Ascoli risultò negativo sia al primo che al secondo interrogatorio, poi promise di rivelare quanto sapeva sulla riunione armata della notte tra il 19 e il 20, se avesse ottenuta l’impunità. E solo al terzo interrogatorio incominciò a fare le sue rivelazioni, precisando in particolare che da oltre un anno si attendeva lo scoppio della rivoluzione, che più volte aveva visitato il frate nel Convento della Capitale ecc. ecc. e tutte quelle notizie che ci hanno permesso di ricostruire la vicenda.

Ma il problema impellente della Polizia era l’arresto del frate. Questi il 23 agosto, attraversando il versante nord dei monti di Taurano, era sceso a Mugnano da dove, con una carrozza, si diresse verso Sarno, poi di lì a Napoli a casa di Vitale a cui diede e chiese spiegazioni, infine a tarda sera, dopo aver indossato un frak del Vitale, e accompagnato da Vitale Canisio e da Domenico Iavarone, fece ritorno in Convento. Lì seppe che era ricercato e che un bando era stato emanato contro di lui.

I giovani liceali ora ci leggono il Manifesto a firma del Ministro Del Carretto fatto affiggere nei cantoni delle strade e delle piazze di Napoli, stampato e affisso sul territorio a cura di tutte le Intendenze e Sottointendenze, anche nei luoghi di frontiera Mola, Sora, Avezzano, Città Ducale, nei Comandi Militari dei Distretti di frontiera, a norma della Circolare spedita il 2 settembre.

Del Carretto scrisse: Essendosi renduto colpevole di fellonìa un Religioso Francescano di nome Frat’Angelo di S. Gennaro di Palma, Distretto di Nola, è di tutta importanza il di lui arresto per il quale si promette un premio di trecento ducati. Il premio, poi, nel manifesto, fu innalzato a quattrocento ducati.

MANIFESTO DEL MINISTERO E REAL SEGRETERIA DI STATO

DELLA POLIZIA GENERALE

Angelo Peluso, laico del Monastero della Sanità in Napoli, essendosi renduto reo di gravissimi misfatti, è attualmente oggetto delle ricerche della Giustizia. Vien promessa la somma di ducati quattrocento, che sarà immediatamente pagata, in Napoli nella Prefettura, ed in Provincia nella Intendenza, a chiunque eseguirà il di lui arresto: e questo premio non andrà scompagnato da altre ricompense, o da qualche grazia, se per circostanze proprie ne avesser di bisogno, la o le persone, che renderanno un tal servizio, il quale, per le misure già prese, è da credere che non sarà lungamente atteso.

Sieguono i connotati per riconoscerlo coloro che non l’abbiano mai veduto.

Anni 36 circa.

Statura alta.

Capelli castagni.

Fronte regolare.

Occhi biancastri.

Naso aquilino, che gli cada

fin sulla bocca.

Bocca giusta.

Mento sporto in fuori.

Barba castagna.

Corporatura giusta.

Parla con enfasi provinciale.

Il Ministro29

ARRESTI, PROCESSO E CONDANNE

Frate Angelo, con la complicità del confratello Diego Mezzanotte si nascose sotto l’altare della Chiesa dove più volte fu visitato da Pietro Paolo Pesce e da Francesco Vitale. Li c’erano e ci sono le Catacombe di San Gaudioso, un cimitero sotterraneo costituito da una innumerevole serie di cunicoli, ideale per il nascondiglio di una persona braccata dalla Polizia Borbonica.

Rimase nascosto nella Chiesa della Sanità fin quando una sua imprudenza non lo fece scoprire. Desiderando imbarcarsi su una nave diretta all’estero, come aveva fatto Filippo Agresti, inviò per mano di Pietro Paolo Pesce una lettera a Francesco Vitale, ma la Polizia sorprese il messaggero e sequestrò la lettera. Avuta la certezza della presenza del frate nel convento, la polizia fu attratta dal riflesso della luce della lampada ad olio sui finestroni, mentre Fra Diego si accostava nottetempo al frate per somministrargli da mangiare. Organizzata l’irruzione in Chiesa, fra Diego fu rincorso dagli agenti e cadde versando sangue dal naso. Perciò la Chiesa fu interdetta al culto ed il Santissimo fu trasferito in sagrestia. Grande fu la soddisfazione del Ministro, immediata la reazione del Re. Convocato il Consiglio ordinario di Stato il Re ordinò la chiusura della Chiesa per esservi stato ospitato un cospiratore. Inoltre dispose che tutti i componenti di quella famiglia di religiosi riformati doveva essere trasferita in altri conventi fin anche al di là del faro, in Sicilia.

Quattro lettere dell’Archivio segreto vaticano dimostrano che la S. Sede non fu estranea alla vicenda. Il Nunzio Apostolico già il 6 settembre aveva trasmesso la notizia della sollevazione e il giorno 11 comunicava l’implicazione dei sacerdoti arrestati e del frate che, seppur laico, è pur professo ed è stato giudicato come uno dei principali colpevoli30.

Il Segretario di Stato comunicò: “… alienissimo il Santo Padre da desiderare che delitti della natura di quello del quale si è indiziato il laico riformato Angelo Peluso vadano impuniti all’ombra della ecclesiastica impunità” ma non può ben vedere “che si giunge alla esorbitante ingiusta misura di chiudere una Chiesa ed un Convento e di proibire la vestizione dei novizi”31. (Per la cronaca aggiungiamo che tra i novizi che presero messa nel 1832 nel Convento della Sanità figura padre Ludovico da Casoria che fu poi anche padre guardiano del Convento di San Gennaro di Palma).

atto accusa

La prima pagina dell’Atto di Accusa del Commissario del Re

Neppure l’intervento papale riuscì a smuovere il Re dal suo proposito. Il Nunzio Apostolico fece presso il governo altri passi infruttuosi, poi fu mandato in missione segreta il cardinale Luigi Lambruschini, noto reazionario, che portò a positive conclusioni la trattativa. Il Convento della Sanità non sarebbe diventato un magazzino militare, come si paventava, ma sarebbe passato agli Alcantarini. Nel Regestum Reformatae Provinciae Neapolis ac Terrae Laboris, ab anno 1768 usque ad annum 1856 si parla della soppressione del Convento di S. Maria della Sanità in questi termini: Tandem Conventus Sanctae Mariae Sanitatis, Fratum olim Predicatorum, quia fuit nobis munificentia anno 1819 concessus, afertur nobis anno 1832 (fratis Angeli a Palma laici professi Majestate rei culpa), atque fratibus discalceatis ejusdem Provinciae Neapolis trasmittitur32.

Ed ora veniamo al Processo.

Gli arrestati furono sottoposti a continui interrogatori e a contraddittori con altri imputati. Quando il 2 febbraio 1833 tutti gli atti furono pronti il Ministero di Polizia, per giudicare i cospiratori, delegò la commissione Militare di Capua, nella cui giurisdizione rientrava il Distretto di Nola.

Di fronte alle perplessità del generale Uber per i carichi di lavoro, il governo, per bocca del Ministro della giustizia ordinò, in nome del Re, che il Consiglio Ordinario di Guerra, elevato a Commissione Militare, procedesse al giudizio.

La Commissione si riunì nell’aprile 1833 e tutti gli imputati furono trasferiti a Capua.

Il 13 luglio il Capitano relatore lesse l’Atto d’accusa.

Il 18 luglio fu il turno della difesa degli imputati. L’arringa fu pronunciata l’8 settembre. Il giorno seguente il verdetto: condanna a morte per Angelo Peluso, Luigi D’Ascoli e Francesco Vitale; l’eragastolo comminato a Tommaso Gaeta, Domenico Morici, e Vito Porcaro; 25 anni di reclusione a Michele Porcaro, Gabriele Lombardi, Francesco Turano, Pietro Paolo Pesce, Aniello Criscuolo, Pasquale Nunziata, Pietro Romano e Pasquale Iovino, pene minori agli altri imputati.

L’esecuzione delle pene capitali fu fissata per il giorno successivo per almeno due condannati, per il terzo c’era la sospensione per il beneficio dovuto alla sua collaborazione.

La sentenza fu discussa nel Consiglio di Stato il 10 settembre.

Il Ministro degli Interni Nicola Santangelo, quello degli Esteri erano per la linea dura, mentre il marchese D’Andrea, il Segretario Privato del Re Pietracatella, il Ministro della Giustizia Nicola Parisio e il Ministro della Polizia Del Carretto si espressero per la clemenza. Così fu ridotto di un grado la pena.

Era la clemenza che il popolo chiedeva a gran voce in grandi assembramenti a Capua e dintorni.

Il 20 settembre la gran Corte Criminale di S. Maria trasformò le condanne capitali in ergastoli, gli ergastoli a trent’anni, e quelle a trent’anni a 19 anni. Fu così evitato lo spargimento di altro sangue, la nascita di altri martiri.

Il frate, dopo essere stato rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente, dove fu visto dal Settembrini, fu tradotto prima nel Carcere di Santo Stefano e poi di lì al Convento romano di S. Francesco a Ripa, luogo di detenzione per frati, dove morì pochi anni prima dell’impresa garibaldina33.

Il D’Ascoli otterrà la grazia nel 1839, ma il vero riconoscimento gli verrà dopo il ‘60 quando, oltre a ricevere un sussidio per le sofferenze patite, sarà nominato primo Sindaco Sangennarese dell’Italia Costituzionale e Unita.

ministero

Frontespizio delle Conclusioni del Pubblico Ministero

CONCLUSIONI

I giovani del Liceali ci leggono alla fine di questa relazione la testimonianza viva e commovente sulle condizioni di frate Angelo proprio nel carcere di S. Maria Apparente, lasciataci da Luigi Settembrini:

Nel 1832 pochi animosi deliberarono di levarsi e gridare la costituzione di Francia: partirono da Napoli e andarono chi in Terra di Lavoro, chi in Puglia, chi in Calabria per cominciare in un medesimo tempo in diversi punti:  il primo grido fu levato in Palmi paesello presso Nola, da un frate laico di San Francesco, detto Angelo Peluso, ma non gli fu risposto. Io avevo odorato qualcosa di queste pratiche, ma non v’ero dentro: alcuni miei conoscenti mi gettavano spesso delle parole in aria che io tenevo spavalderie. Ma quando una mattina io vidi affisso a la cantonata di Santa Maria la Nuova un cartello nel quale si prometteva la taglia di trecento ducati a chi desse frate Angelo alla giustizia, allora io seppi del movimento scoppiato e fallito. Furono tutti arrestati e condotti nelle prigioni di Santa Maria Apparente, dove patirono crudeli torture. Legati con sottil funicella dalle mani e dai piedi e taluno anche dai genitali, rimanevano così per molte ore gettati per terra: ed ogni tanto entrava il commessario duca Luigi Morbillo ed il custode Cardellino Cardellino, che a gara li battevano con fiere nerbate, e facevano gettar loro addosso secchie d’acqua fredda: sospendevano taluno per una fune da la volta, e sotto vi bruciavano paglia umida. Vito Porcaro, il quale con suo padre era fra gli arrestati, e fino al 1859 fu in carcere, mi diceva che a lui toccarono delle nerbate dal duca, e che fu sospeso; ma il tormento maggiore l’ebbe dal fumo. Questi rigori erano voluti dal ministro Del Carretto perché egli credeva che il principe Carlo avesse intinto nella cospirazione, ma non v’era, né quegli uomini l’avrebbero voluto con loro. Fu fatta la causa: alcuni condannati a morte, e per grazia all'ergastolo, molti alla galera, e i pochi assoluti rimasero lungamente in carcere. Poco prima del giudizio io andai nel carcere per rendere servigio ad un prigioniere, il quale nelle stanze del custode mi additò frate Angelo lì venuto, che volendo prendere dal braciere un carbone per metterlo su la pipa, lo faceva a stenti, perché gli vidi le mani livide, e le dita distorte e rattratte, e un cerchio rosso intorno ai  polsi. Questo io vidi, e non ho dimenticato più le mani storpie del frate 34.

E dopo la testimonianza del Settembrini una brevissima e schematica conclusione:

  • l’episodio che abbiamo sommariamente narrato, avvenne molti anni dopo il ’20, ma anche molti anni prima del ’48, quando i fuochi della rivolta furono più ardenti e luminosi e perciò non bastarono arresti preventivi a fermare i rivoltosi;

  • dalla fine della fase costituzionale del 20 e fino al 1830 i patrioti furono richiusi nelle patrie galere o furono mandati al confino o in esilio, ma non smisero di sperare nella possibilità di riaffermare i principi costituzionali;

  • con l’ascesa al trono di Ferdinando II, rientrarono dai luoghi di pena pronti ad iniziare un nuovo moto rivoltoso per affermare le idee liberali;

  • i nostri Congiurati non furono affatto ingenui o sprovveduti, né tanto meno furono estranei alle associazioni carbonare, furono, invece, certamente i continuatori del moto del ’20, essi credettero nelle mosse liberali del giovane re Ferdinando II, che aveva fatto concessioni, aveva spedito a casa le truppe austriache, e in un solo anno aveva risanato il bilancio statale;

  • credettero anche nella possibilità di coinvolgere il giovane sovrano in un nuovo processo di resurrezione costituzionale che lo vedeva a capo del moto liberale italiano, speranza infondata, illusione delusa;

  • molti dei congiurati, come Filippo Agresti, Vito Porcaro, ecc…, saranno protagonisti dei moti successivi quando la maturità dei tempi permetterà ben altri sbocchi, ben altri successi;

  • la Congiura di Frate Angelo Peluso, alla luce dei documenti emersi, va adeguatamente riconsiderata in quanto dagli storici ampiamente sottovalutata nella sua portata;

  • sulla Congiura gli stessi reazionari vollero mettere la sordina, perché coinvolgeva un troppo vasto ambito territoriale e troppa gente;

  • essa si iscrive nei tentativi rivoluzionari che tennero viva la fiaccola della libertà e si annovera nelle azioni patriottiche che, dopo ancora molti travagli, sfoceranno nel processo unitario della Nazione, per cui a buon diritto l’episodio s’inquadra nella Storia del Risorgimento Italiano.

Aniello Giugliano

1 Atto d'accusa del Commissario del Re D. Carmine Morelli funzionante da Relatore nella causa contro Frat'Angelo Peluso di Palma, Francesco Vitale, Tommao Gaeta, Vito Porcaro, Luigi D'Ascoli, Domenico Morici, e complici, imputati di reità di Stato, Caserta 1833 

2 Conclusioni del Pubblico Ministero nella causa di Frat’Angelo Peluso e correi accusati di reati contro la sicurezza interna dello Stato, Caserta 1833.

3 NICOLA NISCO, Ferdinando II e il suo tempo, Napoli, 1894, pag. 7.

4 Ibidem.

5 ANTONIO COPPI, Annali d’Italia dal 1750, Roma, Salviucci, 1851, Vol. VIII, pag. 239-240.

6 GIACINTO DE SIVO, Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, Napoli, 1964, Vol. I, tomo 2, pag. 56.

7 CIRILLO CATERINO, La Congiura di Frate Angelo Peluso (1832) nella Storia del Risorgimento Italiano, Napoli, Tip. Pietro Pelosi, 1928

8 GIUSEPPE PALADINO, La Congiura del Monaco (1830-33), in Archivio Storico per le Province Napoletane, anno 1928, pag . 285-380.

9 ALFREDO ZAZO, Nuovi documenti sulla Congiura del Monaco, in Archivio Storico delle Province Napoletane, anno 1934, pag. 374-378.

10 PASQUALE NAPPI, Un paese nella gloria del sole: Palma Campania, 1939, pag. 167-171.

11 La Campana del 1 aprile 1962.

12 Incontri, anno I, n. 1.

13 La Campana del 1 novembre 1962.

14 La Campana 15 dicembre 1962.

15 LUIGI NUSCO, Appunti e Recensioni, S. Giuseppe Ves. s.d.

16 HAROLD ACTON, Storia dei Borboni di Napoli, …., 1962, Vol. II, pag. 79.

17 LUIGI IROSO, San Gennaro Vesuviano un cuore antico, Marigliano 1998, pag. 155-169.

18 Foto tratta da L.Iroso Op.cit. pag. 157.

19 A.S.N. MINISTERO DI POLIZIA – GABINETTO – fascio 89, fascicolo 9, fogli 11r. e v.,12r

20 Ibidem, fol. 32-33r. e v.

21 A.S.N., cit. Fascio 89, Fascicolo 4, Vol. I , fol. 5r. e v.

22 A.S.N. Ibidem, fol. 12, 13 r. e v.

23 A.S.N. Ibidem, fol. 14 r.

24 Ibidem, fol. 15r.

25 Ibidem, fol. 16,17,18r.v., 19r.

26 Ibidem.

27 Ibidem, fol. 20r. e v., 21r.

28 A.S.N. cit, fascio 89, fascicolo 4, Vol. II, fol. 9r. e v., 10r.

29 A.S.N., Min Pol. – Gabinetto, Fascio 95.

30 ARCHIVIO STORICO PER LE PROVINCIE NAPOLETANE, ANNO 1934, Pag. 374-375

31 Ibidem, pag. 377.

32 CIRILLO CATERINO, Storia della Minoritica Provincia Napoletana di S. Pietro ad Aram, Napoli 1926, vol III, pag 179.

33 SALVATORE IERVOLINO, San Gennaro Vesuviano dall’Acqua a Nola all’Autonomia, Palma C. 2013, pag. 74-75. In un documento estratto dai Registri di S. Francesco a Ripa si legge che il frate morì il 7 giugno 1856.

34 LUIGI SETTEMBRINI, Ricordanze della mia vita, Cap. V. Uno sguardo al mondo.

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