Una scultura scenografica per la Fiera di San Gennaro che, da quattro secoli s’infutura.

mag 28, 2015 - Di

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Il vanto e la memoria delle mie origini contadine continuano a tentarmi   all’ acquisto del Barbanera, che rinnova le Opere e i Giorni di Esiodo, innamorato cantore della civiltà contadina e cultore delle divine genealogie.
Da ragazzino ho acquisito dimestichezza con le pillole di saggezza di Rutilio Benincasa. Ho appreso il senso delle lunazioni, e amato le ricorrenze fieristiche: erano una gioia oltre che un premio a dura prova conquistato, frenando il mio temperamento irrequieto. Quando potevo accompagnare mio nonno o qualche zio accondiscendente, godevo tutto il fascino delle merci esposte, i diverbi implacabili tra mercanti, compratori e sensali. Erano teatrini simultanei: si gridava, spergiurava, sacramentava. Erano battaglie belle, sovente rischiose, perché spesso la vittoria del cliente testardo corrispondeva ad una fregatura. Accadeva di rado; nel corso degli anni la fiducia diventava poi reciproca: ci si ritrovava tra amici non certo giovanissimi, agli appuntamenti sempre interessanti, fissati dal Barbanera. Fino a qualche anno fa ho continuato ad acquistare, anche nella rinnovata veste editoriale, il simpatico lunario ricco di proverbi, consigli utili e preciso, se capitava, nell’oroscopea.
Dalle fiere paesane son passato, per ragioni professionali, ai grandi momenti espositivi nazionali ed internazionali, ma il sapore delle fiere di un mondo mai perduto e a me caro, resta intatto: lo ritrovo ricorrendo le festività che precedono il nuovo anno. Si rinnovano allora molte delle tradizioni familiari. Il tempo fugge, e gli occhi sulla nuca ci fanno indugiare alle rievocazioni. Tornano alla mente ed al cuore volti e fatti lontani. Ricordare, rem cordi dare, ha valore proprio nel senso di offrire al cuore argomenti di memoria che valgono ancora a farci sentire uomini umani, eredi di quell’aria di casa natia, che respiriamo per sentirci vivi nelle forti radici. Umanamente guardiamo commossi le chiome infoltite dei nostri annosi tronchi familiari. Ancora conservo le pagine di Rutilio Benincasa e quelle relative alle “Fiere e Feste di tutti paesi”, per ricordare quelle alle quali ho partecipato.
La storia attesta che le Fiere hanno origini remotissime: le motivano necessità commerciali e ragioni espositive; rispondono ad esigenze di scambi periodici, di incontri con la specializzata produzione locale e con quella che innova la tecnologia degli strumenti di lavoro. I calendari fieristici danno indicazioni precise per consentire ai mercanti di poter transitare colle loro merci da una esposizione in atto all’altra successiva, senza lunghe soste improduttive.
Ero un ragazzino quando mi fu spiegato che non tutti prodotti venivano proposti simultaneamente. Solo droghe, spezie, cavalli erano presenti sul mercato per tutta la durata della Fiera, di cui erano responsabili quei giudici chiamati dai Francesi maitres de foire, i nostri “mast’ ‘e fera”. Mezzo secolo fa un folto gruppo di artisti acconsentì a seguirmi in un’idea che potrebbe nel nostro tempo dell’incertezza ritrovare l’arte in fiera, coniugando estetica e sociale in ambito locale di forte esperienza. Quella fieristica di San Gennaro Vesuviano vige da quattro secoli e si propone in ascesa secondo gli auspici della città che ancora vanta l’antica tradizione del commercio dei cavalli, di attrezzi agricoli e delle scale di legno, da sempre utili ai lavori necessari per la produzione agricola.
Questo preambolo precede la mia risposta ad una richiesta di amici cari: un giudizio sulla struttura scenografica scolpita, cioè creativamente assemblata, tenendo conto dell’antica vocazione specialistica della Fiera di San Gennaro, andata ormai oltre la quattrocentesima edizione. L’artista Michele Letizia ha proposta una sorta di richiamo storico, in progress, perché ha reso visibile nel vento il galoppo delle varie edizioni dell’importantissima Fiera. L’idea di cavalli in corsa è resa visibile, proiettando in libera fuga tantissimi ferri protettivi degli zoccoli, rievocativi dei cavalli intuiti nell’allusivo richiamo mentale. Ha strutturato così un manifesto scolpito, riportando l’attenzione della fruizione, nei giorni di tutti, agli interrogativi che fanno storia e memoria. Ha eretto una comunicazione tattile, aderendo al senso vocazionalmente specialistico della Fiera, auspicando, inoltre, nelle ali in volo che si elevano oltre la resa visibile del presente della memoria, più fertili traguardi per il tempo della continuità. È superfluo e scontato chiarire che Letizia non intende rendere omaggio al cavallo né al valore di monumenti equestri, con l’onor del cavaliere. La Fiera è il soggetto da proporre all’attenzione della fruizione come richiamo storico e pubblicitario. Si tratta, quindi di un’arte che coniuga scena e scultura, visibilizzando nel senso della libera creatività, un’idea emozionale che potrebbe non essere recepita da chi avrebbe voluto magari un monumento al cavallo e si trova invece di fronte ad un discorso di teatralità proposta alla piazza del filosofo e del popolo: l’Agorà, per un’immediata comunicazione concretamente realizzata. I ferri di cavallo che s’aggruppano, s’inseguono e nell’aria si consolidano, alludono al più nobile degli animali, ad una ricchezza che, al servizio dell’uomo, ha dato la possibilità di viaggiare, lavorare per quella civiltà che si è evoluta nel bene e nel male.
Il progresso tecnologico e i conseguenti effetti inquinanti, sono verificabili nella magnifiche terre vesuviane depredate di tutto, dalla pietra preziosa ai frutteti, ai vigneti e alla vegetazione arborea, cui erano e sono ancora consacrati scale snelle ed alte e gli “scalandroni” anch’essi pezzi forti del commercio fieristico. L’artista ha innovato il senso delle scultura monumentale. Per una fiera anche per quelle di chiara fama e valenza internazionale, contano, al presente, loghi identificativi e pubblicità rinnovata su manifesti, banner e altri strumenti di richiamo attrattivo, visualizzato all’altezza della voluta comunicazione. In un tempo in cui la libertà creativa continua a trovare spazi aperti alla ricerca, la monumentalità scenografica di Michele Letizia si propone vigorosamente efficace. Ha raggiunto lo scopo voluto, aderendo alla storia, al Luogo con il suo Genius, alla memoria che non va perduta, specie se un ferro di cavallo non risponde solo alla superstizione che sogna un colpo di fortuna. Inteso a pieno il senso ideativo e realizzativo del progetto, si comprende che l’opera di Letizia evidenzia opportunamente le sue ragioni ispirative: coniugano la Città alla Fiera che la connota.

Angelo Calabrese

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Allorquando, giunsi in San Gennaro, per l’allestimento della mostra relativa alla “Storia di Napoli”, nel chiostro del convento di San Gennaro, in Piazza Margherita, rimasi da subito colpito dall’enorme monumento equestre posto al centro di essa, monumento che attrasse la mia attenzione in quanto innovativo nell’aspetto, e ponendo uno sguardo attento, composito e denso di contenuti. Io, pittore, scultore e quant’altro, con un passato di scenografo, ritengo che l’artista ha saputo interpretare alla grande i contenuti emozionali della Storia della Vostra Cittadina. Egli, con mezzi semplici, pezzi di metallo e tanti ma tanti ferri di cavallo, ha rievocato con maestria non comune, sebbene di giovane età, il suo passato di epicentro agricolo e commerciale di cavalli di San Gennaro. Un chiaro richiamo al mondo contadino e quello che più conta, a mio avviso, alla ricorrenza di 400 anni di una Fiera, che non ha eguali, e che nella scultura trova degna espressione Scenografica, ricca di significati e simbolismi; m’intriga e mi emoziona. Pubblicizzerò questo monumento attraverso i mezzi d’informazione telematici, poiché merita.

Prof. Carlo Postiglione

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Dott. Luigi Di Maria

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Trittico monumentale in Piazza Margherita

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